Sentirsi fuori posto. Intervista alla scrittrice P.M.MuccioloIn evidenza Nel Moleskine oggi c'è News Rubriche Tra le righe 

Sentirsi fuori posto. Intervista alla scrittrice P.M.Mucciolo

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Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate: restano addosso come una giornata troppo lunga, come un pensiero che torna nei momenti di silenzio. “Come l’orso nel presepe” di P.M. Mucciolo è uno di quei romanzi che attraversano il giallo e lo usano per parlare d’altro: del lavoro che consuma, della responsabilità che pesa, del confine sottile tra intuizione e ossessione.


In un piccolo paese, un medico di base si ritrova improvvisamente a guardare oltre la routine delle visite quotidiane, fino a inciampare in qualcosa che somiglia troppo a un delitto. Ma la vera indagine, forse, non è solo fuori da lui.

 

Il tuo protagonista è un medico di famiglia sospeso tra routine e disincanto. Quanto c’è di osservazione reale e quanto di necessità narrativa nel costruire questa figura così “satura” di vita quotidiana?

Mi piace leggere di vita quotidiana nei romanzi. Mi piace da sempre, da quando nemmeno lo sapevo e non sarei stata capace di dire perché quel “nel frattempo” che stavo leggendo mi piacesse più della risoluzione finale, del momento trionfale in cui tutto si sistema e il mistero si risolve, o il malinteso si scioglie e tutto si ricompone. Quindi mi piace anche scrivere di vita quotidiana, dove indugio, con piacere, mi prendo una pausa riflessiva mentre la vicenda monta. E quale quotidiano cavalcare se non il conosciuto?

Non creare trame su argomenti di cui non sai niente dice Stephen King; mi è sempre sembrato un consiglio ragionevole. Scrivere di chiunque altro che si imbatte in un delitto mi sarebbe stato difficile, avrei dovuto documentarmi, e anche con tutte scorciatoie a disposizione, guardare un tutorial su come si cambia la guarnizione di un rubinetto non fa di te un idraulico, per dire.

E dunque? Dunque ho creato una trama su cose che so, con una corposa parte di vita quotidiana che conosco perché mi appartiene, con buona pace di chi pensa che scrivere di sé sia riprovevole.

Nel quotidiano del protagonista ci sono i pazienti che lo perseguitano su Whatsapp, che lo chiamano, che sollecitano, pretendono, minacciano. Ho dovuto lavorare molto di fantasia? No. Ho cambiato nomi, forma, luoghi e circostanze, ma la realtà è quella, e a volte ha superato la fantasia che avrei potuto metterci.

E ringrazio per quel disincanto: disincanto è il colore del protagonista.

Il titolo, “Come l’orso nel presepe”, evoca immediatamente qualcosa di fuori posto, quasi spiazzante. Da dove nasce questa immagine e cosa rappresenta nel cuore del romanzo?

Il titolo si riferisce a una considerazione che il protagonista fa su se stesso, ricordando il presepe della sua infanzia, dove tra le pecore e le galline stava per tradizione familiare anche un orso polare, messo lì da suo padre, peraltro un purista del presepe tradizionale, senza una ragione precisa. Quell’orso se ne stava un po’ in alto nel muschio, del tutto assurdo nella sua presenza, eppure riproposto a ogni Natale. Ecco, in questa figura spaesata il protagonista si riconosce, perché lui è così, lui si sente così, come quell’orso nel presepe. Fuori posto. Sempre.

La storia si muove tra indagine e introspezione: il mistero del possibile delitto si intreccia con un viaggio nel passato del protagonista. In che modo hai lavorato su questo doppio livello narrativo?

Nella mia vita ho scritto in tutto quattro romanzi. Certo, è un po’ come dire quattro gatti. Ma in fondo, a pensarci bene, sempre uno in più di Donna Tartt. Romanzi dico, no gatti. Sì, lo so, divago. Non ho mai fatto corsi di scrittura, non progetto un romanzo, non scrivo un canovaccio, non metto giù nemmeno una scaletta. So di striscio cosa sono i livelli narrativi. Questi romanzi li ho scritti a braccio, e l’Orso nel presepe non fa eccezione. Il riesumare (è il caso di dirlo) alcuni ricordi sdruciti che affiorano alla memoria dal passato traumatico è un’esigenza del protagonista, e anche mia, che avevo lasciato quel povero diavolo pieno di speranze nel romanzo precedente. Dovevo fargli fare i conti col (suo) passato. Non ho dovuto impegnarmi. Ho soltanto assecondato l’esigenza di entrambi.

Il tema del tempo è centrale: tempo rubato, tempo inseguito, tempo che non basta mai. È una riflessione sul medico o, più in generale, sulla nostra contemporaneità?

È vero, a lui il tempo non basta, ma non gli bastano nemmeno gli occhi e le mani per poter fare tutto nello stesso momento: prendere le chiamate, rispondere a Whatsapp, inviare una ricetta, stampare un certificato, mentre ha una persona davanti che pretende di diritto la sua attenzione. Oscar Durango passa gran parte della sua giornata in studio: arriva ben prima ed esce ben oltre l’orario e sa che se arrivasse ancora prima o se uscisse ancora dopo, sarebbe la stessa cosa: il telefono sulla scrivania non smetterebbe di inviare segnali e qualcuno proverebbe comunque a entrare anche fuori orario: “passavo di qui e ho visto la luce accesa”. Insomma dilatare il tempo che dedica al lavoro a scapito del suo tempo libero è una scelta, obbligata, ma una scelta. Sa che se vuole svolgere tutto quello che gli tocca, deve farlo fuori dall’orario di visita, perché le richieste che gli arrivano nel frattempo vanno evase in solitudine, in decompressione. Il tempo che passa al lavoro è intenso, è concentrato, è lungo, non finisce mai eppure gli scivola via, in settimane che diventano mesi, e stagioni mal spese, Natali compresi.

È una riflessione sul medico o sulla nostra contemporaneità? Forse è una riflessione sul mestiere del medico nella realtà contemporanea, una realtà viziata dal consumo dell’informazione che all’incredibile evolversi della comunicazione, in termini di velocità e di conoscenza, ha cambiato i connotati, creando aspettative, esigenze e nuove urgenze. “Perché non mi ha risposto? Le spunte sono blu…”

Nel libro emerge con forza anche la fragilità di chi cura gli altri, spesso dimenticando sé stesso. Che tipo di sguardo volevi restituire sul mestiere del medico di base oggi?

Il medico di base è esaurito, è scoppiato, è bruciato. Non lo dico io, lo dicono i rapporti, i sondaggi, i sindacati di categoria e i titoli dei giornali. Lo dice la Rai (!)

La gente non si rende conto delle condizioni in cui il medico lavora quasi come un ostaggio: mi è venuto spontaneo di raccontarlo, senza velleità di denuncia e senza celebrazioni, attraverso una figura che vive nella terra di mezzo, sopravvive tra l’incudine e il martello, che qualche volta si sente una serva, qualche volta si sente un eroe. Attraverso un campione di fragilità umana.

In “Come l’orso nel presepe” il mistero non è solo ciò che si nasconde dietro un congelatore o dentro un’indagine improvvisata. È anche ciò che si accumula nelle giornate ripetute, nelle responsabilità invisibili, nelle domande che non trovano mai spazio tra una visita e l’altra.

Un romanzo che indaga, ma soprattutto ascolta. E che lascia al lettore una domanda semplice e scomoda: quante cose ignoriamo, mentre siamo troppo occupati a “fare quello per cui ci pagano”?

Giacomo Ambrosino

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