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Le canzoni che non finiscono mai

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La mia famiglia ride ancora quando si racconta quella storia. 

Torniamo indietro nel tempo. 1995. Era il tour La donna, il sogno & il grande incubo. Palapartenope, Napoli. Io e mio fratello Francesco, ancora ragazzi, tornammo a casa a notte fonda, distrutti dalla stanchezza e con le orecchie ancora piene di musica. Con nostro padre che buona pace e tanta pazienza ci aveva accompagnato al nostro primo concerto. (Della pazienza di mio padre sull’attesa ai concerti ne avrei un’altra da raccontare, ma questa è un’altra storia e la racconteremo un’altra volta) Nel cuore della notte mi alzai dal letto. Dormivo ancora. O almeno così mi hanno sempre raccontato.

E iniziai a cantare a squarciagola proprio Il Grande Incubo. 

Ogni tanto la tirano fuori quella scena. Ridono. Io pure.

Ma, a pensarci bene, forse quella notte racconta molto più di quanto sembri.

Perché, se appartieni alla mia generazione, è quasi impossibile non avere almeno un ricordo legato agli 883 o a Max Pezzali.

Non serve nemmeno pensarci troppo.

Basta che partano le prime note e, senza chiedere il permesso, riaffiora un pezzo di vita.

Le feste delle scuole medie.

I primi lenti, quelli in cui non sapevi bene dove mettere le mani.

Le cassette registrate alla radio aspettando che il conduttore smettesse finalmente di parlare.

Le estati in motorino.

Le compagnie che sembravano destinate a durare per sempre.

E poi lei.

O lui.

Quella persona che, puntualmente, decideva di lasciarti.

Ed era impossibile non far partire Come mai.

Non importava se il cuore fosse davvero spezzato o se il dramma fosse durato appena tre giorni. Nella nostra testa si accendeva automaticamente una colonna sonora. Un po’ come succedeva in Ally McBeal, quando la musica arrivava a raccontare quello che le parole non riuscivano a dire.

Forse è proprio questo che rende certe canzoni immortali.

Non descrivono una generazione.

La accompagnano.

La seguono mentre cresce.

La ritrovano quando diventa adulta.

La aspettano quando iniziano ad arrivare i capelli bianchi.

Oggi ascolti Gli anni e non senti la stessa canzone che ascoltavi a diciotto anni.

Ne senti un’altra.

Perché sei cambiato tu.

E quella canzone, incredibilmente, sembra essere cambiata insieme a te.

Qualche giorno fa mi è capitato di guardare un contenuto pubblicato da CultPop che metteva a confronto generazioni diverse partendo proprio dalle canzoni degli 883 e di Max Pezzali.

E mi è venuta spontanea una domanda: Tra trent’anni, chi oggi ha quindici o vent’anni avrà una canzone che continuerà a parlargli nello stesso modo?

Una di quelle che ascolterà a cinquant’anni e che, in tre minuti, riuscirà a riportarlo in una cameretta, su un autobus, davanti a una scuola, al primo bacio, al primo lavoro, alla prima delusione?

Non lo so.

Forse sì.

Forse ogni generazione trova la propria colonna sonora.

Oppure no.

Forse oggi ascoltiamo così tanta musica che nessuna riesce davvero a sedimentarsi.

Consumiamo canzoni con la stessa velocità con cui scorriamo i reel.

Le impariamo.

Le condividiamo.

Le dimentichiamo.

Negli anni Novanta, invece, una canzone doveva conquistarsi il diritto di restare.

La ascoltavi decine di volte.

La registravi.

La aspettavi in radio.

La cantavi senza cercarne il testo.

Diventava parte della tua memoria prima ancora della tua playlist.

Ed è forse questo il vero miracolo degli 883.

Non hanno scritto soltanto canzoni.

Hanno costruito un archivio emotivo.

Ogni brano è una porta.

Ogni ritornello è un luogo.

Ogni strofa è una versione di noi che, in fondo, non se n’è mai andata davvero.

Forse è per questo che, ancora oggi, quando migliaia di persone riempiono uno stadio per cantare insieme Hanno ucciso l’Uomo Ragno, Nord Sud Ovest Est o Gli anni, non stanno semplicemente assistendo a un concerto.

Stanno facendo qualcosa di molto più raro.

Si stanno ricordando chi erano.

E, per qualche ora, riescono perfino a ritrovarsi.

Perché ci sono canzoni che finiscono in classifica.

E poi ce ne sono altre che finiscono nella nostra biografia.

Quelle, probabilmente, non smetteranno mai di suonare.

 

Giacomo Ambrosino

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