Non aspettiamo più
Ieri mi sono sentita con Giacomo come capita quasi tutti i giorni e puntualmente oltre a chiacchierare, ci scambiamo e ci raccontiamo episodi che ci accadono durante la giornata o semplicemente ci limitiamo a riportare ciò che i nostri occhi e le nostre orecchie percepiscono.
Ed è così che nasce questo editoriale, da un titolo un po’ atipico ma che arriva dritto all’obiettivo o quanto meno, è questo il mio augurio.
Tra i nostri mille vocali, ieri mi stava raccontando dell’attesa al passaggio livello, la sua di attesa, perché due auto invece hanno deciso di tornare indietro e di non aspettare e sulla conclusione mi fa: “Non aspettiamo più”.
Ci ho pensato spesso da ieri sera ed è vero.
C’è una parola che, senza accorgercene, abbiamo quasi cancellato dal nostro vocabolario quotidiano: attesa.
Non aspettiamo più. Non aspettiamo una risposta, una telefonata, un treno, un’occasione, addirittura non aspettiamo nemmeno noi stessi. Viviamo come se ogni secondo trascorso senza ottenere qualcosa fosse un secondo perso. Forse è il prezzo di un mondo che ci ha abituati ad avere tutto in un istante. Un clic e il cibo arriva a casa. Un altro clic e compriamo qualsiasi cosa. Un messaggio parte e ci aspettiamo che venga letto immediatamente.
Le notifiche scandiscono il ritmo delle nostre giornate, mentre la pazienza sembra essere diventata un lusso che pochi possono permettersi.
Corriamo. Sempre. Ma per andare dove? Quale sarà la meta finale? Sicuramente un posto dove la corsa, l’attesa e tutta questa velocità non vivrà più. Corriamo da un appuntamento all’altro, da un impegno all’altro, convinti che riempire ogni minuto significhi vivere di più. Ma vivere di più non significa necessariamente vivere meglio.
Ci siamo disabituati persino ai silenzi.
Se chiamiamo qualcuno e non risponde, dopo pochi secondi parte automaticamente il messaggio su WhatsApp. Se nemmeno quello riceve risposta, arriva la nota vocale. E se passano ancora alcuni minuti, ecco un altro messaggio: “Hai visto?”. E questa è una condizione e una situazione in cui mi ritrovo spesso.
Ricordo il 25 aprile, ero a Roma per una giornata di stop e di distacco totale, mi ritrovai invasa di messaggi e mail con colleghi che mi chiedevano la pubblicazione immediata di alcuni comunicati stampa. Feci la cosa più semplice e che forse tutti noi dovremmo fare: disattivai le notifiche e le lessi direttamente il lunedì. A volte è necessario assumere atteggiamenti del genere per far comprendere che esiste anche una vita privata e non perché uno è giornalista significhi essere sempre operativi o attivi 24h24, così si perdono i rapporti, le relazioni e il contatto con gli umani.
Fu proprio in quell’occasione (anche se, ve ne potrei raccontare mille altre di situazioni simili) che mi resi conto che in questa società viviamo come se il tempo dell’altro non esistesse più. Come se il diritto di non essere immediatamente disponibili fosse diventato un’anomalia.
Eppure c’è stato un tempo in cui aspettare faceva parte della vita.
Si aspettava una lettera, una telefonata sul telefono di casa, il momento giusto per rivedere una persona. Si aspettava con un misto di curiosità e speranza. L’attesa non era un vuoto da riempire, ma uno spazio in cui immaginare, desiderare e perfino sognare.
Oggi, invece, l’attesa ci mette a disagio.
Bastano pochi secondi davanti a una coda per prendere il telefono in mano. Un semaforo rosso diventa l’occasione per controllare le notifiche. Non siamo più capaci di restare semplicemente fermi, senza fare nulla. Abbiamo trasformato ogni pausa in un problema da eliminare.
E forse è proprio qui che stiamo perdendo qualcosa.
Perché l’attesa insegna il valore delle cose. Insegna la pazienza, il rispetto dei tempi e la capacità di convivere con l’incertezza. Ci ricorda che non tutto può essere controllato e che non tutto deve arrivare subito. Abbiamo costruito una società che premia la velocità, ma dimentica la profondità.
Leggiamo velocemente, ascoltiamo distrattamente, rispondiamo in fretta. Persino le emozioni sembrano dover rispettare la logica dell’immediatezza. Ci innamoriamo in pochi messaggi e ci dimentichiamo delle persone con la stessa rapidità con cui scorriamo (o sarebbe meglio dire scrollare?) un social network.
Forse dovremmo avere il coraggio di rallentare.
Di lasciare squillare un telefono senza pretendere una risposta immediata. Di attendere un messaggio senza vivere nell’ansia delle doppie spunte. Di concederci il lusso di un pomeriggio senza notifiche, senza fretta e senza l’ossessione di essere sempre presenti ovunque.
Perché l’attesa non è tempo perso.
È tempo vissuto.
È lo spazio in cui cresce il desiderio, maturano i pensieri e acquistano valore gli incontri. È quel tratto di strada che rende speciale l’arrivo.
Forse non abbiamo bisogno di fare ancora più cose. Abbiamo bisogno di tornare a vivere quelle che già abbiamo, senza rincorrerle.
E allora la domanda è semplice.
Dov’è finita l’attesa?
Forse non è scomparsa. Siamo stati noi a smettere di concederle un posto nelle nostre vite.
E sarebbe bello ricominciare proprio da lì.
Aspettare. Senza paura. Senza fretta. Perché, a volte, le cose più belle non arrivano subito. Arrivano quando hanno deciso che è il loro momento.
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