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Chi fa la spia non è figlio di Maria

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C’è una categoria di persone che non fa particolarmente rumore. Non alza la voce, non litiga, non si espone mai davvero. Anzi, all’apparenza è quella più disponibile, quella che sembra avere a cuore il buon andamento delle cose, il rispetto delle regole, l’armonia dell’ambiente. È la persona che ti si avvicina con l’aria di chi sta per confidarti un segreto che avrebbe preferito tenere per sé e che puntualmente esordisce con una frase rassicurante: «Non dovrei dirtelo, però credo sia giusto che tu lo sappia».

È curioso come le peggiori operazioni di demolizione inizino quasi sempre con le migliori intenzioni.

L’arrivismo raramente ha il volto dell’arroganza. Molto più spesso indossa quello della premura. Si presenta come senso del dovere, come attenzione ai dettagli, come desiderio di fare chiarezza. Non si limita a raccontare un fatto: lo confeziona, lo rende utile, gli attribuisce il peso necessario perché possa produrre un effetto. E quell’effetto, guarda caso, non consiste quasi mai nel risolvere un problema, ma nel ridimensionare qualcuno.

La differenza è sottile, ma decisiva. Segnalare un errore per evitarne altri è un atto di responsabilità. Segnalare una persona, invece, nella speranza che il suo errore diventi il nostro vantaggio, appartiene a un’altra categoria. È quella forma di arrivismo che non si misura con il merito, ma con la capacità di occupare uno spazio lasciando intendere che gli altri lo occupino peggio.

Il paradosso è che chi sceglie questa strada è spesso convinto di apparire indispensabile. Immagina di essere visto come l’unico davvero attento, l’unico abbastanza lucido da accorgersi di ciò che gli altri ignorano, l’unico disposto a dire quello che nessuno avrebbe il coraggio di dire. In realtà, quasi sempre, finisce per raccontare molto più di sé che delle persone sulle quali prova ad accendere i riflettori.

Chi lavora davvero sbaglia. È inevitabile. Sbaglia perché decide, perché si assume responsabilità, perché prova a costruire qualcosa che prima non esisteva. L’errore è il prezzo inevitabile dell’azione. Chi invece osserva soltanto il lavoro degli altri, aspettando il momento giusto per trasformare una distrazione in un argomento di conversazione, corre un rischio molto più grande: quello di confondere la propria utilità con la capacità di individuare le fragilità altrui.

È una tentazione antica. Pensare che, per emergere, qualcuno debba necessariamente arretrare. Che la stima sia una coperta troppo corta e che ogni riconoscimento dato a un altro sottragga inevitabilmente qualcosa a noi. Così si finisce per investire più energie nel raccontare ciò che non funziona nelle persone che nel migliorare ciò che potremmo fare noi stessi. È una scorciatoia seducente, perché richiede meno fatica del costruire e offre l’illusione di risultati immediati. Peccato che le scorciatoie abbiano quasi sempre un difetto: prima o poi finiscono.

E infatti accade puntualmente. Le persone possono anche ascoltare, annuire, persino credere a quelle confidenze sussurrate con apparente discrezione, ma col tempo iniziano a notare un dettaglio che all’inizio sfugge. Chi parla continuamente degli errori degli altri raramente racconta i propri. Chi si propone come custode della correttezza sembra vivere in un mondo dove gli unici a inciampare sono sempre gli altri. A quel punto il dubbio cambia direzione. Non ci si chiede più se sia vero ciò che racconta, ma perché senta il bisogno di raccontarlo così spesso.

Ed è lì che l’arrivismo mostra tutta la sua fragilità. Perché la cattiva luce che si cercava di proiettare sugli altri finisce lentamente per illuminare chi teneva in mano il riflettore. La reputazione, quella autentica, non nasce dalle confidenze fatte a mezza voce né dalle mezze verità raccontate al momento opportuno. Nasce dal lavoro, dalla competenza, dalla correttezza dimostrata quando non c’è nessuno da impressionare e nessun vantaggio immediato da ottenere.

Forse dovremmo ricordarcelo più spesso. L’ambizione non è un difetto, anzi è il motore di ogni crescita. Lo diventa soltanto quando smette di guardare verso l’alto e comincia a guardare verso il basso, cercando qualcuno da usare come gradino. Perché si può arrivare lontano grazie alle proprie capacità oppure grazie alle debolezze degli altri, ma soltanto il primo percorso lascia dietro di sé rispetto.

Alla fine resta una verità semplice, quasi infantile, che continuiamo a ripetere fin da piccoli senza darle troppo peso: chi fa la spia non è figlio di Maria. Non perché lo dica un vecchio proverbio, ma perché chi sceglie di costruire la propria credibilità demolendo quella degli altri finisce, inevitabilmente, per essere ricordato non per ciò che ha realizzato, ma per il rumore delle parole che ha lasciato dietro di sé.

Giacomo Ambrosino

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