Non sono sempre le mestruazioni
“Hai le mestruazioni?”
Probabilmente poche frasi riescono a sminuire una donna quanto queste tre semplici parole. Vengono pronunciate con leggerezza, con ironia o, peggio ancora, con sufficienza. E quasi sempre arrivano nel momento in cui una donna manifesta rabbia, disappunto, nervosismo o semplicemente esprime un’opinione con fermezza.
Una donna alza la voce durante una discussione? Avrà il ciclo.
Contesta una decisione? Saranno gli ormoni. Si lamenta di un comportamento scorretto? Sicuramente è in quei giorni del mese.
È una delle etichette più radicate della nostra società, un riflesso automatico che permette di liquidare in pochi secondi emozioni, pensieri e ragioni che meriterebbero invece di essere ascoltati. Perché è più semplice attribuire una reazione al ciclo mestruale che fermarsi a comprendere cosa l’abbia provocata davvero.
Sia chiaro: nessuno vuole negare che le variazioni ormonali possano incidere sul benessere fisico ed emotivo di molte donne. Per alcune, il periodo premestruale e i giorni delle mestruazioni possono essere accompagnati da dolore, stanchezza, irritabilità, insonnia o sbalzi d’umore. È una realtà biologica che merita comprensione e rispetto, non derisione.
Ma riconoscere questo non significa trasformarlo in una spiegazione universale buona per ogni situazione.
Il problema nasce quando il ciclo mestruale smette di essere una possibile causa e diventa l’unica risposta. Quando ogni protesta viene liquidata con un “saranno gli ormoni”, ogni reazione con un “hai le tue cose?”, ogni momento di rabbia con un sorriso di sufficienza. In quel momento non si sta cercando di comprendere una donna, la si sta semplicemente sminuendo.
Essere irritabili durante il ciclo è lecito. Essere irritabili per mille altri motivi lo è altrettanto. Ciò che non dovrebbe essere lecito è utilizzare le mestruazioni come un’etichetta permanente per invalidare ciò che una donna pensa, dice o prova.
Anche perché il corpo femminile non vive soltanto cinque giorni al mese. Ogni donna attraversa continuamente cambiamenti fisiologici e ormonali che scandiscono le diverse fasi del ciclo: quella follicolare, l’ovulazione, la fase luteale e infine quella mestruale. Un equilibrio complesso che spesso comporta stanchezza, tensioni, dolori e cambiamenti emotivi che vengono affrontati continuando a lavorare, studiare, crescere figli, gestire famiglie e responsabilità quotidiane.
Eppure, anziché riconoscere questa complessità, troppo spesso si preferisce ridurre tutto a uno stereotipo.
La verità è che una donna può essere nervosa per gli stessi identici motivi per cui lo è un uomo: stress, preoccupazioni economiche, problemi sul lavoro, ansia, lutti, delusioni, incomprensioni, mancanza di rispetto. Può essere stanca. Può essere frustrata. Può essere arrabbiata. Può semplicemente aver avuto una pessima giornata.
E soprattutto ha il diritto di esserlo.
Perché c’è una differenza sostanziale tra il modo in cui vengono interpretate le emozioni maschili e quelle femminili. Se un uomo perde la pazienza, probabilmente è stressato. Se una donna fa lo stesso, qualcuno troverà quasi sempre il modo di tirare in ballo il ciclo mestruale. A lui viene riconosciuta una causa esterna; a lei viene attribuita una presunta fragilità biologica.
È un meccanismo culturale antico, figlio di una mentalità che per secoli ha definito le donne “isteriche”, “emotive”, “instabili”. Un pregiudizio che oggi non si manifesta più con le stesse parole, ma che continua a sopravvivere sotto nuove forme, apparentemente innocue, spesso mascherate da battute.
Eppure non c’è nulla di divertente nel vedere sistematicamente ridimensionate le proprie emozioni. Non c’è nulla di ironico nel sentirsi spiegare ciò che si prova da chi non si è nemmeno preso il tempo di ascoltare.
Forse è arrivato il momento di archiviare definitivamente questa cattiva abitudine. Di comprendere che il ciclo può influire sull’umore, certo, ma non può diventare il passepartout per spiegare qualsiasi reazione femminile. Di capire che dietro una donna arrabbiata potrebbe esserci una ragione concreta, legittima e perfettamente razionale.
La prossima volta che una donna manifesterà il proprio dissenso, la propria rabbia o il proprio malessere, proviamo a fare qualcosa che dovrebbe essere normale ma che ancora oggi sembra rivoluzionario: ascoltarla.
Senza etichetta, pregiudizi e senza cercare una risposta negli ormoni prima ancora di aver ascoltato le sue parole.
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