La frase più importante della giornata
Succede tutto in pochi secondi.
Un supermercato. Una corsia qualunque. Un nonno spinge il carrello. Una mamma parla al telefono. Un bambino prova a raccontarle qualcosa.
Una volta.
Due volte.
Tre volte.
Lei continua la conversazione.
Poi arriva quella frase.
“Mamma, quando io ti parlo tu non ascolti mai.”
Il supermercato continua a vivere come se niente fosse. I carrelli scorrono. Le casse suonano. Qualcuno cerca l’offerta sul caffè, qualcun altro controlla la lista della spesa.
Io, invece, sono rimasto fermo.
Perché quella frase non parlava solo a una madre. Parlava anche a me.
Come padre.
Come figlio.
E forse, semplicemente, come essere umano.
Viviamo nell’epoca della connessione permanente e dell’ascolto intermittente. Siamo raggiungibili da chiunque, in qualsiasi momento, ma spesso siamo irraggiungibili per chi ci sta accanto. Non perché vogliamo esserlo.
Perché siamo stanchi.
Perché abbiamo la testa piena.
Perché rincorriamo scadenze, notifiche, preoccupazioni, telefonate, problemi che sembrano sempre più urgenti delle persone che abbiamo davanti.
Eppure i bambini non chiedono molto.
Non chiedono discorsi perfetti nè tantomeno genitori perfetti. Chiedono presenza, chiedono uno sguardo, quei pochi secondi in cui possano sentire che il mondo, per un attimo, si è fermato ad ascoltarli.
Forse quella frase dovrebbe far riflettere anche noi figli.
Perché crescendo succede qualcosa di strano: iniziamo a ripeterla in silenzio.
La diciamo ai nostri genitori anziani quando parlano e continuiamo a guardare il telefono.
La diciamo ai nostri partner mentre rispondiamo a una mail.
La diciamo agli amici mentre scorriamo distrattamente uno schermo.
La diciamo persino a noi stessi, quando ignoriamo quella voce interiore che da tempo ci chiede di rallentare.
Non credo che il problema siano gli smartphone perché, diciamoci la verità, prima c’erano i giornali, il lavoro, la televisione e i pensieri (questi ultimi ci sono sempre). Credo che il problema principale sia ciò perdiamo quando smettiamo di ascoltare davvero. Perché ascoltare non significa necessariamente aspettare il proprio turno per parlare; ascoltare significa dire a qualcuno: “In questo momento sei più importante di tutto il resto.”
Quella frase del bambino probabilmente sarà stata dimenticata pochi minuti dopo, tra una confezione di pasta e una corsa verso casa.
Io, invece, spero di ricordarmela a lungo.
Perché ogni volta che mio figlio mi chiamerà, ogni volta che qualcuno cercherà davvero la mia attenzione, vorrei chiedermi una sola cosa.
Sto ascoltando per rispondere…o sto ascoltando per esserci?
Forse è questa la differenza che cambia una relazione.
E forse è anche il regalo più grande che possiamo fare a chi ci ama: far sentire che, almeno per qualche istante, ha tutta la nostra attenzione.
Perché ci saranno giorni in cui i nostri figli dimenticheranno i giocattoli che abbiamo comprato.
Dimenticheranno le vacanze.
Perfino alcuni compleanni.
Ma ricorderanno sempre come li abbiamo fatti sentire quando ci parlavano.
E nessun bambino dovrebbe crescere con la sensazione di dover alzare la voce per essere ascoltato.

