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Francobolli, memoria sottile di un tempo che non torna

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L’altro giorno entro in tabaccheria per acquistare un francobollo e il titolare mi guarda con aria perlessa: “‘Nu francobollo?”
Ecco, in quel preciso istante si è aperta nella mia mente la scena di
Così parlò Bellavista, quando il benzinaio chiede in maniera sorpresa: “3mila lire per la benzina?” e l’automobilista risponde con una calma tutta partenopea: “Eh, tremila lire.”
Chi è di Napoli sa bene a cosa mi riferisco, chi è fuori regione, consiglio vivamente di recuperare questa pellicola dal sapore ancora attuale.

Ecco, quella domanda “nu francobollo?” non era solo una richiesta di chiarimento. Era la fotografia sbiadita di un’epoca finita. Un francobollo oggi non è più solo un mezzo per spedire una lettera, ma diventa quasi un oggetto di modernariato, una reliquia discreta di quando la comunicazione aveva un ritmo più lento, ma forse più umano.

Una volta, il francobollo era l’ultima carezza prima che una lettera prendesse il volo. Ogni busta portava con sé la grafia unica di chi scriveva, il profumo della casa, un pensiero pensato, limato, ripreso. Non c’era la possibilità del “modifica messaggio”, né l’illusione di dire tutto in tempo reale. C’era invece l’attesa. E l’attesa, diciamolo, è un sentimento che abbiamo buttato via, troppo presi dalla frenesia del “qui e ora”.

Con l’avvento dei social, delle chat, delle email e dei vocali da tre minuti, il francobollo ha perso il suo posto. Non serve più. Non conviene. Non compete. Ma proprio per questo, resiste con una dignità silenziosa. Invecchia senza lamentarsi, come certi nonni che ti guardano mentre corri e non ti dicono nulla, ma dentro sanno che ti stai perdendo qualcosa.

E ci siamo persi qualcosa, eccome.
Ci siamo persi la calligrafia tremolante della nonna, i saluti scritti a penna blu da un amico in vacanza, le cartoline spedite con la fretta di chi non vuole dimenticare nessuno. Abbiamo dimenticato che c’è stato un tempo in cui scrivere voleva dire pensare, e spedire voleva dire scegliere. Scegliere cosa dire, a chi dirlo, e quando.

I francobolli erano piccoli pezzi d’arte. Alcuni li collezionavano come si conservano i ricordi. Ritratti di presidenti, animali, eventi storici, monumenti. Un Paese raccontato attraverso pochi centimetri quadrati di carta adesiva. Oggi, tutto questo sembra ridicolo. Ma ridicolo per chi? Per noi che misuriamo il valore delle parole con i like?

C’è una bellezza sottile nei gesti dimenticati. Nello scrivere a mano, nell’andare in posta, nell’attaccare un francobollo con la saliva. È la bellezza delle cose lente, delle cose vere e delle cose che durano nonostante il tempo cambi e si tramuta in qualcosa di così veloce. Non tutto merita di essere istantaneo. Alcuni pensieri hanno bisogno di viaggiare, non di comparire.

E allora, se vi capita di entrare in una tabaccheria e chiedere un francobollo, fatelo senza vergogna. Guardate pure la faccia sorpresa del tabaccaio. Perché in quel momento non state solo spedendo una lettera. State facendo resistenza. Silenziosa, elegante, romantica. Come il francobollo che stringete tra le dita.

Anna Calì
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