Sono venuto/a a vedere come stai
Un paio di giorni fa io e il direttore del magazine, Giacomo, stavamo commentando una sua lettura personale e mi chiede il consiglio su uno dei due titoli; appena i miei occhi hanno letto il titolo che vedete tutti voi gli ho detto che avrei preferito che questo diventasse il titolo per un editoriale, anche perché il periodo è quello giusto e sento che debba scrivere io qualcosa su queste due parole.
Ed eccomi qui.
C’è una domanda che troppo spesso dimentichiamo, come se fosse banale, quasi superflua.
Una domanda semplice, che sembra fatta di poco, e invece pesa più di molte Nella cronaca delle nostre giornate, travolte da notifiche, impegni e urgenze, lo spazio per quella domanda si restringe fino a sparire. Le agende si riempiono, i messaggi si riducono a formule di circostanza, i dialoghi diventano scambi rapidi, quasi transazioni. Eppure è proprio lì, tra le pieghe dell’ordinario, che si misura la qualità dei nostri rapporti.
Non serve l’analisi di un sociologo per ricordarci che domandare “come stai” non è cortesia, ma atto di cura. È riconoscere l’altro, concedergli un tempo, offrirgli un ascolto che non sia distratto, ma autentico. In quelle due parole si concentra un principio elementare di umanità: l’idea che l’altro esista non solo per ciò che fa, ma per ciò che sente.
E se è vero che la cronaca pubblica spesso registra crisi economiche, emergenze sanitarie o tensioni politiche, la cronaca privata, quella che non fa rumore ma che ci riguarda tutti, si gioca proprio su queste domande silenziose.
Perché come stai è anche un termometro sociale: quando smettiamo di chiederlo, quando lo riduciamo a un automatismo, vuol dire che ci siamo allontanati non solo dalle persone, ma da noi stessi. Un come stai detto con attenzione, invece, apre una frattura nel ritmo frenetico della giornata.
Costringe a fermarsi, ad abbassare la voce, a creare uno spazio in cui l’altro possa esistere senza dover correre, senza dover dimostrare. In un’epoca che celebra l’efficienza, domandare sinceramente come stai è quasi un gesto rivoluzionario: è mettere l’umano al di sopra della produttività, la fragilità davanti alla performance.
E tuttavia, il “come stai” non sempre trova un posto dove posarsi. A volte viene rivolto a chi non vuole rispondere.
A chi ha scelto di sparire, di scivolare lontano senza lasciare tracce.
A chi, per motivi che restano opachi, non desidera più essere raggiunto, ed è in questi casi che quella domanda diventa vertigine. Diventa un filo teso nel vuoto.
Perché dietro il come stai rivolto a una persona amata che non c’è più, non per destino ma per scelta, non c’è solo la disperazione del non potere più condividere. C’è anche la vertigine del voler sapere chi sei diventato senza di me. Un come stai che non cerca la cronaca dei tuoi successi o delle tue cadute, ma il resoconto minimo delle tue giornate: se il caffè del mattino ti sembra ancora troppo amaro, se torni a casa la sera con le stesse stanchezze di un tempo, se hai trovato un nuovo modo di sorridere che non conosco.
È un gesto intimo, che non ha spettatori, ma che contiene la stessa solennità di un addio. Perché chiedere come stai a chi si è allontanato non significa sperare in un ritorno: significa accettare di restare esclusi dalla trama della sua vita, pur continuando a desiderare di leggerne almeno una nota a margine. È un modo terribilmente romantico e tristamente poetico di dire: “Mi mancano le tue giornate più di quanto mi manchi tu stesso, mi manca sapere cosa ti attraversa quando non ci sono, mi manca il rumore della tua normalità”.
E così il come stai si fa domanda sospesa, intrisa di nostalgia e di poesia malinconica. Perché quello che davvero vorrei sapere non è soltanto come stai oggi, ma come stai senza di me: se sei più leggero, se sei più felice, o se nelle tue notti capita ancora che un pensiero che abbia la mia forma.
Non è retorica, non è sentimentalismo. È cronaca della fragilità umana: quella di chi resta, e continua a domandare pur sapendo di non ricevere risposta. Una cronaca che non finisce sulle prime pagine, ma che si consuma nelle stanze private, nei messaggi mai inviati, nelle telefonate trattenute a metà. Domandare “come stai” a chi non vuole più saperne è un atto profondamente giornalistico, se ci pensiamo. È andare a vedere, a testimoniare, a dare nome a una verità che non ci appartiene più. Non per scriverne il resoconto, ma per sentirci ancora vivi dentro la perdita.
E allora sì, sono venuto a vedere come stai. Anche se non lo saprai mai, anche se non volevi, anche se la risposta resterà sospesa. Perché chiedere come stai è l’ultima forma di amore possibile: quella che non pretende nulla, che accetta il silenzio, che si accontenta di avere provato.
E se potete, cercate di porre più spesso questa domanda provando a scavare nella profondità e non limitandovi a guardare solo il superficiale, accontentandovi della semplice risposta che, il più delle volte è ingannevole.
Sedetevi su una panchina, guardatevi negli occhi, lontani dagli schermi e ponete questa domanda al vostro interlocutore.
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