Quando la violenza diventa un copione, la pericolosa spirale dell’emulazione
Ogni volta che un grave episodio di violenza conquista le prime pagine dei giornali, invade i programmi televisivi e si moltiplica sui social network, emerge una domanda inquietante: raccontare minuziosamente un crimine può favorirne l’emulazione? La risposta non può essere semplicistica. Nessuna notizia, da sola, trasforma automaticamente una persona in un aggressore. La violenza nasce quasi sempre dall’intreccio di più fattori: fragilità individuali, rabbia accumulata, isolamento, desiderio di vendetta, bisogno di controllo, modelli culturali distorti e assenza di adeguati strumenti emotivi. Tuttavia, l’esposizione continua a determinati fatti di cronaca può offrire a soggetti già vulnerabili un copione, una forma e perfino una legittimazione simbolica al proprio disagio. Quando episodi simili si susseguono a breve distanza, adottando modalità che sembrano richiamarsi tra loro, si parla comunemente di “effetto emulazione” o “effetto copycat”. Non significa che tutti gli autori condividano le medesime motivazioni, ma che un comportamento già compiuto e ampiamente raccontato possa diventare psicologicamente disponibile: qualcosa che prima era soltanto immaginato appare improvvisamente possibile, riproducibile e capace di attirare l’attenzione.
L’apprendimento passa anche dall’osservazione
L’essere umano impara osservando. Fin dall’infanzia assimiliamo gesti, linguaggi e comportamenti attraverso l’imitazione. Secondo la teoria dell’apprendimento sociale, vedere un’azione compiuta da altri e osservare le conseguenze che produce contribuisce alla costruzione dei nostri modelli comportamentali. Lo stesso meccanismo può agire, in particolari condizioni, anche rispetto alla violenza. Una persona frustrata, isolata o incapace di dare un nome alla propria sofferenza può identificarsi con l’autore di un fatto criminoso, soprattutto quando quest’ultimo viene rappresentato come una figura dominante, misteriosa o eccezionale. L’imitazione, dunque, non riguarda soltanto il gesto. Può interessare la costruzione dell’identità: “Se faccio ciò che ha fatto lui, finalmente verrò visto”. La violenza diventa allora un linguaggio patologico attraverso il quale reclamare attenzione, esercitare potere o uscire da una condizione percepita di invisibilità.
Il modus operandi come sceneggiatura
Uno degli aspetti più delicati riguarda la diffusione del modus operandi, cioè delle modalità con cui il reato è stato progettato e commesso. La descrizione dettagliata di strumenti, tempi, luoghi, sequenze e strategie può essere importante per comprendere un’indagine, ma quando viene ripetuta ossessivamente rischia di trasformarsi in una vera e propria sceneggiatura. Per un soggetto predisposto, quei particolari possono ridurre la distanza tra fantasia e azione, fornendo indicazioni concrete e un modello già sperimentato. Il problema non è l’informazione in sé, ma la spettacolarizzazione. Titoli sensazionalistici, ricostruzioni cinematografiche, immagini reiterate, soprannomi attribuiti all’aggressore e ricerca morbosa dei dettagli possono spostare l’attenzione dalla vittima a chi ha commesso il reato. In questo modo l’autore della violenza ottiene proprio ciò che, in alcuni casi, desiderava: centralità, riconoscibilità e permanenza nella memoria collettiva.
Il bisogno di esistere attraverso lo sguardo degli altri
Dietro alcuni atti emulativi può esserci un profondo bisogno di riconoscimento. Chi vive una condizione di marginalità, fallimento o umiliazione può percepire la notorietà dell’aggressore come una forma distorta di riscatto. Nell’epoca dei social network, essere conosciuti sembra talvolta più importante del motivo per cui lo si diventa. Il confine tra visibilità e valore personale si indebolisce. Anche la disapprovazione pubblica può essere vissuta come preferibile all’indifferenza. A questo si aggiunge il meccanismo della deindividuazione: all’interno dei gruppi digitali, protetti da anonimato e distanza, alcune persone tendono a perdere il senso della responsabilità individuale. La violenza viene commentata, condivisa, trasformata in meme o sfida. La sofferenza reale si allontana e diventa contenuto. Gli algoritmi, premiando ciò che genera reazioni intense, possono amplificare ulteriormente il fenomeno. Più un’immagine sconvolge, più viene visualizzata; più viene visualizzata, più appare normale e familiare. La ripetizione non rende necessariamente violenti, ma può diminuire la sensibilità emotiva e aumentare l’assuefazione.
Emulare non significa necessariamente avere una patologia mentale
È importante evitare un’associazione automatica tra violenza e disturbo psichico. La maggior parte delle persone con problemi di salute mentale non è violenta e rischia, al contrario, di essere vittima di discriminazioni o aggressioni. La letteratura scientifica mette in guardia dall’utilizzare la malattia mentale come spiegazione universale dei comportamenti criminali, perché ciò alimenta stereotipi e impedisce di analizzare fattori relazionali, sociali e culturali più complessi. L’emulazione può derivare anche dal desiderio di appartenenza, dalla pressione del gruppo, dalla ricerca di approvazione, dalla vendetta, dalla fascinazione per il potere o dalla convinzione di poter risolvere un conflitto attraverso la sopraffazione. Particolarmente vulnerabili possono essere gli adolescenti, la cui identità è ancora in formazione e per i quali il giudizio dei coetanei assume un peso enorme. Le sfide online, le aggressioni riprese con lo smartphone e la diffusione delle immagini mostrano una violenza che non si limita a essere agita: deve essere esibita, condivisa e certificata dallo sguardo del gruppo.
Raccontare senza alimentare
La cronaca ha il dovere di informare, ma anche il potere di stabilire su cosa concentrare l’attenzione collettiva. Raccontare responsabilmente non significa censurare, bensì scegliere parole, immagini e dettagli in base alla loro reale utilità pubblica. È necessario evitare di trasformare l’autore del reato in un personaggio, limitare la reiterazione delle immagini più cruente, non attribuire soprannomi suggestivi, non presentare il gesto come inevitabile e non diffondere particolari operativi privi di autentico valore informativo. Occorre invece restituire centralità alle vittime, spiegare le conseguenze della violenza, indicare i segnali di rischio e offrire riferimenti ai servizi territoriali, ai centri antiviolenza e alle reti di sostegno. Anche il linguaggio è determinante. Espressioni come “raptus”, “follia improvvisa”, “troppo amore” o “gelosia incontrollabile” rischiano di cancellare la responsabilità dell’aggressore e di rappresentare la violenza come un evento imprevedibile. In molti casi, invece, esiste una progressione riconoscibile fatta di controllo, minacce, isolamento, umiliazioni e persecuzione.
Spezzare il contagio culturale
La prevenzione non può iniziare soltanto dopo un delitto. Deve partire dall’educazione emotiva, dal riconoscimento precoce dei segnali di disagio e dalla capacità di chiedere aiuto senza percepirsi deboli o sconfitti. Famiglie, scuole, istituzioni, professionisti della salute mentale e mezzi di comunicazione condividono una responsabilità: costruire una cultura nella quale il conflitto non venga confuso con la distruzione dell’altro e il rifiuto non sia vissuto come un affronto da vendicare. Di fronte ai fatti di cronaca non basta domandarsi chi abbia commesso il gesto. Bisogna chiedersi anche quale racconto sociale lo abbia preceduto, quali segnali siano stati ignorati e perché la violenza continui a presentarsi, agli occhi di alcuni, come una possibile soluzione. Ogni delitto deve essere raccontato, ma non trasformato in leggenda. Perché quando la cronaca consegna alla collettività un copione troppo dettagliato, qualcuno potrebbe decidere di salirvi sopra come su un palcoscenico. La sfida più urgente è allora sottrarre fascino alla violenza, interrompere la catena dell’identificazione e restituire valore alla responsabilità, all’ascolto e alla cura. Solo così l’emulazione può lasciare spazio a un’altra forma di contagio: quella della consapevolezza.
Consigli di lettura
- Albert Bandura, Aggression: A Social Learning Analysis – Un testo fondamentale per comprendere come i comportamenti aggressivi possano essere appresi attraverso l’osservazione e l’identificazione con un modello.
- Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? – Un’analisi dei processi psicologici e delle situazioni sociali che possono condurre persone comuni a compiere azioni crudeli.
- Hannah Arendt, La banalità del male – Una riflessione essenziale sulla responsabilità individuale e sulla capacità dell’essere umano di adattarsi a sistemi nei quali la violenza viene normalizzata.
- Anna Costanza Baldry, Dai maltrattamenti all’omicidio – Un approfondimento sulla violenza nelle relazioni affettive, sui fattori di rischio e sui segnali che possono precedere le condotte più gravi.
- Vera Gheno, Potere alle parole – Un invito a riconoscere la forza del linguaggio e la responsabilità con cui parole e narrazioni contribuiscono a costruire la realtà sociale.
La violenza diventa contagiosa quando smettiamo di raccontarne il dolore
e cominciamo a celebrarne il rumore.
Lisa Di Giovanni
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