La Napoli di fine Ottocento tra colori e mistero. Intervista a Carlo Morriello
Oggi nel Moleskine c’è una storia che profuma di Napoli, di colori e di mistero.
Ci sono libri che, una volta aperti, non chiedono semplicemente di essere letti: chiedono di essere attraversati. E pagina dopo pagina ci conducono in luoghi nei quali la realtà incontra la leggenda, il sacro dialoga con il profano e ciò che crediamo di conoscere nasconde ancora qualcosa.
È quello che accade in Oltre l’ombra dei colori, il romanzo di Carlo Morriello, ambientato nella Napoli di fine Ottocento. Una città che non fa soltanto da sfondo alla vicenda, ma sembra muoversi insieme ai suoi personaggi, custodendo segreti, superstizioni, credenze e ombre del passato.
Nel nostro Moleskine oggi lasciamo spazio proprio a questa storia. Abbiamo incontrato l’autore per entrare nel mondo di Michele, dentro la Napoli raccontata da Morriello e, soprattutto, dentro quel confine sottile che separa ciò che sappiamo da ciò che ancora dobbiamo scoprire.
Se aprissimo insieme il Moleskine alla prima pagina e trovassimo Michele davanti al suo affresco, quale sarebbe la prima cosa che vorrebbe farci notare di lui? Chi è davvero questo giovane pittore e quale ferita porta con sé quando comincia la sua storia?
Vorrei che il lettore osservasse innanzitutto il suo sguardo. Michele è davanti all’affresco, ha in mano i colori, possiede il talento e l’ambizione di un giovane artista che desidera lasciare un segno, eppure c’è qualcosa che gli sfugge. Non sulla parete: dentro di lui.
Quando arriva alla basilica di Santa Chiara crede che quella commissione possa rappresentare una svolta nella sua carriera. In realtà porta con sé una ferita più difficile da riconoscere: il bisogno di capire chi è davvero e quale posto occupa nel mondo. È una mancanza che inizialmente non sa neppure nominare. Forse è proprio questo che vorrei far notare di Michele nella prima pagina del nostro Moleskine: mentre si prepara a dare forma e colore a un’immagine, non sa ancora che sarà lui, poco alla volta, a essere costretto a guardare oltre la propria.
Sfogliando le pagine, Napoli diventa quasi un personaggio: una città fatta di vicoli, arte, fede, superstizione e racconti che sembrano passare di generazione in generazione. Qual è la Napoli che voleva lasciare impressa nella memoria del lettore?
Volevo raccontare una Napoli che non fosse semplicemente uno scenario. La Napoli di fine Ottocento che accompagna Michele è una città di contrasti: splendida e ferita, colta e popolare, razionale e superstiziosa, profondamente religiosa e nello stesso tempo legata a credenze che sembrano provenire da un passato remotissimo.
È soprattutto questa convivenza degli opposti ad affascinarmi. A Napoli il visibile sembra avere sempre un secondo significato: dietro una chiesa può esserci una leggenda, dietro un’immagine sacra una storia tramandata oralmente, dietro un vicolo la memoria di chi lo ha attraversato per secoli. Vorrei che, chiusa l’ultima pagina, al lettore rimanesse l’impressione di aver camminato in una città reale e, nello stesso tempo, in una città che sembra continuamente suggerire l’esistenza di qualcos’altro.
Tra le pagine del romanzo incontriamo personaggi storici, luoghi realmente esistenti e un mondo di credenze popolari nel quale il confine tra realtà e leggenda diventa sempre più sottile. Come nasce l’idea di mescolare storia e invenzione e quanto è stato importante il lavoro di ricerca per costruire questa Napoli?
La ricerca è stata fondamentale, perché desideravo che l’invenzione poggiasse su un terreno storico credibile. Ho cercato di ricostruire non soltanto luoghi e avvenimenti, ma anche atmosfere, abitudini, mentalità e credenze. Quando si ambienta un romanzo nel passato, credo che il rischio sia quello di trasformare la storia in una semplice scenografia. A me interessava invece che quell’epoca condizionasse davvero il modo in cui i personaggi pensano, agiscono e interpretano ciò che accade loro.
Poi, naturalmente, comincia il lavoro del romanziere. La documentazione stabilisce ciò che sappiamo; la narrativa può insinuarsi negli spazi che la storia lascia vuoti. Ed è proprio lì che realtà, leggenda e invenzione possono incontrarsi. Napoli, da questo punto di vista, è un territorio narrativo straordinario, perché possiede una memoria nella quale il confine tra storia documentata e racconto popolare è spesso estremamente affascinante.
Nel romanzo il mistero accompagna Michele, ma dietro l’indagine sembra esserci una domanda più grande: quanto siamo disposti a conoscere del nostro passato, soprattutto quando la verità rischia di cambiare ciò che pensavamo di sapere di noi stessi?
Credo che questa domanda tocchi uno dei nuclei più profondi del romanzo. Diciamo spesso di voler conoscere la verità, ma quasi sempre immaginiamo una verità che non sconvolga troppo ciò che siamo. Il problema nasce quando ciò che scopriamo ci costringe a guardarci con occhi diversi. Michele comincia cercando risposte a ciò che accade intorno a lui. Indaga, raccoglie indizi, cerca di dare un ordine agli eventi. Ma, passo dopo passo, quella ricerca cambia direzione: il mistero che credeva di avere davanti finisce per riguardarlo personalmente.
È questo l’aspetto del mistero che più mi affascina nella narrativa: non tanto scoprire che cosa si nasconde dietro una porta chiusa, quanto domandarsi che cosa accade a chi decide di aprirla. Perché alcune verità non si limitano a svelare il passato: cambiano anche il modo in cui guardiamo il presente e, soprattutto, noi stessi.
Nel titolo ci sono due parole molto evocative: “ombra” e “colori”. Una appartiene alla luce che manca, l’altra alla luce che prende forma. Se dovesse lasciare sulle pagine del nostro Moleskine un solo colore per raccontare Oltre l’ombra dei colori, quale sceglierebbe e perché?
Sceglierei l’ocra. Non solo perché è il colore dominante della copertina, ma perché racchiude anche l’anima del romanzo. L’ocra è il colore della terra e dell’intonaco, della materia viva degli affreschi che Michele tocca con le mani. È il colore della Napoli antica, dei muri consumati dal tempo, della luce calda che attraversa i chiostri di Santa Chiara. Ma è anche un colore di confine: nasce dalla luce e porta già dentro di sé l’ombra.
Mi piace pensare che Oltre l’ombra dei colori sia proprio questo: un viaggio in cui la luce non elimina l’ombra, ma la attraversa per rivelare ciò che era nascosto. L’ocra rimane sulle dita del pittore, sulle pareti che dipinge e, spero, anche nella memoria del lettore come la traccia di qualcosa che continua a vivere oltre l’ultima pagina.
E arrivati all’ultima pagina, quando il Moleskine sta per essere richiuso, cosa vorrebbe rimanesse al lettore? Il ricordo di un giallo, il profumo della Napoli di fine Ottocento, il fascino dell’arte e delle sue leggende o, magari, una domanda sul sottile confine che separa la vita dalla morte?
Vorrei che rimanesse un po’ di tutto questo: il mistero, certamente, ma anche la luce e le ombre della Napoli di fine Ottocento, l’arte, le sue leggende, le voci di un mondo nel quale ciò che è visibile sembra continuamente rimandare a qualcos’altro. Ma, se dovessi scegliere, vorrei che al lettore rimanesse soprattutto una domanda. Non necessariamente quella che si è posto Michele, ma una che riguardi lui stesso.
Perché forse il confine più misterioso non è quello che separa la vita dalla morte, ma quello tra ciò che crediamo perduto e ciò che, senza che ce ne accorgiamo, continua a vivere dentro di noi. Se, richiudendo il nostro Moleskine, il lettore conservasse anche soltanto per qualche istante questo dubbio, allora la storia di Michele non sarebbe davvero finita con l’ultima pagina.
Il moleskine si richiude, ma alcune storie non finiscono quando arriva l’ultima pagina. Restano nei luoghi che abbiamo attraversato, nei personaggi che abbiamo incontrato e nelle domande che ci hanno lasciato. Oltre l’ombra dei colori ci porta nella Napoli di un altro tempo, ma forse ci ricorda qualcosa di molto presente: che ogni persona custodisce delle ombre, ogni città conserva delle storie e che, a volte, per trovare una verità bisogna avere il coraggio di guardare proprio dove la luce sembra non arrivare.
Nel Moleskine di oggi lasciamo dunque una pagina ancora aperta. Perché alcune storie, prima ancora di essere raccontate, hanno bisogno di essere ascoltate.
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