L’AI cambierà il nostro modo di amare?
Neuroscienze, psicoanalisi ed emozioni nella nuova geografia dell’intimità
L’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite con la discrezione delle cose inevitabili. Prima come strumento, poi come assistente, infine come interlocutore. Ha colonizzato le nostre abitudini, i nostri ritmi, le nostre conversazioni. E ora si avvicina a un territorio che credevamo esclusivamente umano: quello delle emozioni. Chatbot che ascoltano senza stancarsi, compagni digitali che ricordano ciò che abbiamo detto, sistemi che modulano la voce per sembrare rassicuranti. Non è più fantascienza chiedersi se l’AI cambierà il nostro modo di amare: è una domanda che riguarda il presente, non il futuro. Non si tratta di capire se potremo innamorarci di una macchina. La questione è più sottile: come cambierà il desiderio quando l’altro non è più necessariamente umano? Come si trasformerà l’attaccamento quando la risposta è garantita, immediata, prevedibile? E cosa accadrà alla reciprocità quando l’Altro non ha un mondo interno, ma solo un modello statistico?
Il cervello non ama gli algoritmi. Ama ciò che prova.
Le neuroscienze hanno dimostrato che l’innamoramento non nasce esclusivamente dalla presenza dell’altro, ma dall’attivazione di specifici circuiti cerebrali. Quando ci sentiamo accolti, ascoltati e riconosciuti, si attivano il sistema dopaminergico della ricompensa e le reti neurobiologiche coinvolte nell’attaccamento, con il rilascio di dopamina, ossitocina e vasopressina: sostanze che favoriscono fiducia, piacere e legame affettivo. Il cervello, tuttavia, non valuta immediatamente se l’interlocutore sia umano o artificiale. Reagisce anzitutto all’esperienza emotiva. È questo il motivo per cui sempre più persone riferiscono di provare conforto, affetto o addirittura innamoramento nei confronti di sistemi di AI conversazionale. La relazione è reale sul piano psicologico, anche se l’altro non possiede una soggettività cosciente. Studi recenti sottolineano come i sistemi di AI possano facilitare forme di attaccamento emotivo pur non essendo in grado di sperimentare emozioni autentiche.
Freud: l’amore nasce dal desiderio, non dalla perfezione
Se osservassimo questo fenomeno attraverso gli occhi di Sigmund Freud, probabilmente non parleremmo di tecnologia ma di desiderio. Per Freud l’amore non è mai soltanto un incontro tra due persone: è il luogo in cui si riattivano bisogni infantili, aspettative inconsce, idealizzazioni e antiche mancanze. Ogni relazione contiene una componente di transfert: attribuiamo all’altro significati che appartengono alla nostra storia. In questa prospettiva, un’intelligenza artificiale potrebbe diventare una sorta di schermo sul quale proiettare bisogni affettivi irrisolti. Non è la macchina a provare amore: è l’essere umano a investire emotivamente quell’interazione.
Bowlby: il bisogno di attaccamento cerca sempre una risposta
Le teorie di John Bowlby rappresentano forse la lente più attuale per comprendere il fenomeno. Secondo la teoria dell’attaccamento, ogni individuo ricerca figure capaci di offrire sicurezza, prevedibilità e protezione. Un chatbot disponibile ventiquattro ore su ventiquattro, che non giudica, ricorda le conversazioni e risponde con tono rassicurante, può soddisfare molti dei requisiti psicologici di una “base sicura”. Naturalmente non sostituisce una relazione autentica, ma può ridurre temporaneamente il senso di solitudine. Il rischio emerge quando la prevedibilità dell’algoritmo diventa preferibile all’imprevedibilità dell’essere umano. Perché l’amore reale comporta inevitabilmente frustrazione, conflitto e cambiamento.
Winnicott e l’illusione della presenza
Lo psicoanalista Donald Winnicott sosteneva che la crescita psicologica nasce all’interno di uno “spazio potenziale”: un’area intermedia tra realtà e immaginazione nella quale impariamo a costruire relazioni significative. Gli oggetti transizionali – il celebre orsacchiotto del bambino – non sostituiscono la madre, ma aiutano a tollerarne l’assenza. In un certo senso, alcune forme di AI potrebbero rappresentare nuovi “oggetti transizionali” dell’età digitale: strumenti capaci di offrire conforto, ma non di sostituire la complessità della relazione umana. La differenza è sostanziale. L’oggetto transizionale prepara all’incontro con l’altro; l’AI rischia, se utilizzata in modo esclusivo, di diventare un luogo nel quale evitare quell’incontro. Alcuni autori contemporanei richiamano proprio Winnicott per spiegare perché la simulazione dell’empatia non possa sostituire il “holding” psicologico di una relazione reale.
Lacan: desideriamo ciò che ci manca
Se Freud spiegava il desiderio come espressione dell’inconscio, Jacques Lacan aggiungeva un elemento fondamentale: desideriamo sempre qualcosa che ci sfugge. Il desiderio vive della mancanza. Un’intelligenza artificiale progettata per essere sempre disponibile, sempre comprensiva e sempre pronta a rispondere riduce proprio quella distanza che alimenta il desiderio umano. Secondo una recente interpretazione lacaniana delle relazioni con l’AI, il rischio non è che la macchina sostituisca l’essere umano, ma che occupi il posto dell’Altro simbolico offrendo una disponibilità continua e priva di limiti, trasformando la relazione in una forma di regolazione narcisistica. L’amore umano, invece, cresce proprio nell’impossibilità di controllare completamente l’altro.
L’empatia artificiale non è empatia
Molti utenti raccontano di sentirsi finalmente compresi parlando con un’intelligenza artificiale. Ma cosa significa davvero comprendere? L’empatia umana nasce dalla capacità di condividere interiormente lo stato emotivo dell’altro. L’intelligenza artificiale, invece, riconosce schemi linguistici, probabilità statistiche e modelli comunicativi. Può simulare perfettamente una risposta empatica. Non può viverla. La differenza può sembrare sottile, ma è enorme. Un terapeuta modifica il proprio mondo interno entrando in relazione con il paziente. Una macchina modifica soltanto i propri calcoli.
La neuropsicoanalisi: il ponte tra cervello e inconscio
Negli ultimi vent’anni è nata una disciplina che tenta di integrare neuroscienze e psicoanalisi: la neuropsicoanalisi. Autori come Mark Solms hanno evidenziato come i sistemi cerebrali coinvolti nelle emozioni, nella motivazione e nell’attaccamento possano dialogare con molti concetti elaborati da Freud oltre un secolo fa. Questa integrazione suggerisce che comprendere il comportamento umano richieda sia la prospettiva biologica sia quella dell’esperienza soggettiva. In questa prospettiva, l’AI potrà forse riprodurre il linguaggio delle emozioni, ma non l’esperienza incarnata che nasce dall’incontro tra due menti, due corpi e due storie.
La vera domanda
Forse la questione non è se ameremo le macchine. La domanda più importante è un’altra: se ci abitueremo a relazioni prive di conflitto, continueremo ad avere la pazienza necessaria per amare davvero gli esseri umani? Le relazioni autentiche sono imperfette. Richiedono attesa. Richiedono silenzi. Richiedono il coraggio di essere vulnerabili. L’intelligenza artificiale potrà aiutarci a comprendere meglio noi stessi, a ridurre la solitudine o persino a supportare percorsi terapeutici. Ma non potrà mai sostituire ciò che rende unico l’amore umano: la libertà dell’altro di sorprenderci, contraddirci, ferirci e, nonostante tutto, scegliere di restare.
Consigli di lettura
- Sigmund Freud – Tre saggi sulla teoria sessuale: un testo fondamentale per comprendere il rapporto tra desiderio, pulsione e relazioni.
- John Bowlby – Una base sicura: il riferimento imprescindibile sulla teoria dell’attaccamento e sulla costruzione dei legami affettivi.
- Donald W. Winnicott – Gioco e realtà: un classico che introduce il concetto di spazio potenziale e oggetti transizionali.
- Zygmunt Bauman – Amore liquido: un’analisi della fragilità dei legami nell’epoca contemporanea.
- Sherry Turkle – Insieme ma soli (Alone Together): un saggio che riflette su come la tecnologia stia trasformando le relazioni umane.
L’intelligenza artificiale potrà imparare a rispondere ai nostri sentimenti. Ma l’amore continuerà a nascere soltanto dove esiste il rischio di non essere ricambiati.
Lisa Di Giovanni
- Sentirsi in prigione: quando la gabbia non ha sbarre ma abita dentro di noi - 10/08/2026
- Tra il sangue e la vita: il coraggio di intervenire quando ogni secondo può fare la differenza - 09/08/2026
- Arte da indossare: al Monastero di San Silvestro debutta la prima collezione di Caftani d’Autore di Rosella Giorgetti - 09/08/2026

