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La città con il mare dentro. Quando i libri invitano a non ignorare.

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Ci sono libri che raccontano una storia. E poi ci sono libri che ti prendono per mano, ti accompagnano in luoghi che forse non conosci e ti costringono a guardare il mondo da una prospettiva diversa dalla tua.

Oggi, nel Moleskine, c’è La città con il mare dentro di Antonio Capolongo.

Un romanzo che parla di un bambino, ma che in realtà parla di tutti noi. Della nostra capacità di vedere o di ignorare. Di accogliere o di allontanare. Di comprendere o di fermarci ai pregiudizi.

Terens arriva a Napoli dalla Jugoslavia portando con sé una valigia che non contiene vestiti o oggetti preziosi, ma qualcosa di molto più pesante: la perdita, l’abbandono, la nostalgia di una famiglia lasciata indietro e il bisogno disperato di trovare un posto nel mondo. Attraverso i suoi occhi il lettore entra in una realtà spesso raccontata male, raccontata poco o raccontata soltanto attraverso stereotipi: quella delle comunità rom.

La forza di questo libro risiede proprio qui.

Antonio Capolongo non cerca scorciatoie emotive. Non costruisce eroi né mostri. Costruisce persone. E nel farlo riesce in qualcosa di estremamente difficile: abbattere la distanza tra chi legge e chi viene raccontato. Pagina dopo pagina, Terens smette di essere “il protagonista” e diventa quasi un compagno di viaggio. Ci si ritrova a soffrire con lui, a sperare con lui, a indignarsi per le ingiustizie che attraversano la sua esistenza. E mentre si segue il suo percorso, nasce inevitabilmente una domanda: quanto conosciamo davvero le persone che vivono ai margini delle nostre città?

La città con il mare dentro non è un libro che accusa. È un libro che invita a guardare.

A guardare quelle fragilità che spesso preferiamo non vedere. A riflettere su quanto la società civile, il mondo dell’associazionismo e le istituzioni potrebbero fare di più per garantire opportunità, ascolto e dignità a chi nasce in condizioni di svantaggio. Perché dietro ogni etichetta esiste una storia. Dietro ogni storia esiste una persona. E dietro ogni persona esiste un diritto che merita di essere riconosciuto.

Ciò che resta alla fine della lettura non è soltanto il dolore per ciò che Terens ha vissuto. Resta soprattutto la speranza. Quella speranza ostinata che attraversa tutto il romanzo e che ci ricorda come anche nei contesti più difficili possano nascere relazioni, possibilità e percorsi di riscatto.

È un libro che parla di umanità. E l’umanità, quando viene raccontata bene, non ha bisogno di grandi effetti speciali: basta una storia sincera.

Chiudendo questo libro ho avuto la sensazione di aver conosciuto qualcuno, non semplicemente di aver letto una storia. Terens resta lì, tra i pensieri, insieme alle tante persone che troppo spesso rimangono invisibili agli occhi della società. Forse è proprio questo il compito più bello della letteratura: restituire un volto a chi viene dimenticato e ricordarci che l’empatia non è un sentimento astratto, ma un gesto concreto che inizia dall’ascolto.

E allora oggi, nel Moleskine, resta una certezza: ogni volta che un libro riesce a renderci più umani, ha già compiuto la sua rivoluzione più importante.

Giacomo Ambrosino

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