Giusy Sciacca (Credits: Marcello Bianca)Interviste Rubriche Tra le righe 

Studiare per vivere e interpretare l’essere donna. Intervista alla scrittrice Giusy Sciacca

In un viaggio temporale entusiasmante e ricco di storia, cornici magistralmente poste intorno a questi straordinari personaggi femminili, viene presentata la vera protagonista di quest’opera: la forza del femminile. Il contesto è quello della Sicilia, espressione più pura di questa energia travolgente, accogliente e crogiuolo di diverse culture, crocevia e incontro armonico di mondi apparentemente diversi che spesso stridono, altre volte si fondono, che sembrano ingabbiare le donne, la cui oppressione le ha rese eroine senza tempo, così come le fibre di carbonio rese diamante in seguito ad una forte pressione esterna.

Cosa è per lei il femminile?

Non è facile rispondere a questa domanda perché il femminile è un concetto esso stesso polimorfo. Così come lo è la verità, che ho deciso di trattare e presentare nel mio volume nelle sue tante, possibili e caleidoscopiche sfaccettature. Nella mia visione il femminile è lontano da clichè e preconfezionamenti. La donna non è necessariamente angelica, sensibile, casta e votata a sentimenti materni. O meglio, anche. Può esserlo, ma solo se per scelta e per naturale inclinazione.

Le mie donne sono anche avventuriere, criminali, reiette. Allora il femminile che le unisce è lo sguardo verso se stesse e verso la realtà che le circonda. È la consapevolezza del proprio ruolo, della propria condizione nel mondo. 

Il femminile è un concetto polimorfo, dicevo. Già, perché non ritengo che esso si limiti al vincolo fisico del corpo femminile. Con il mio libro ho tentato di lanciare anche questo messaggio rivolgendomi al pubblico maschile. Il femminile è essenza e come il maschile fluttua da un sesso all’altro. La vera rivoluzione sarebbe ricercare, trovare, ammettere e custodire il femminile e il maschile che c’è in ognuno di noi. 

Come si esprime il femminile oggi in una società tendenzialmente patricentrica?

Il femminile esige innanzitutto rispetto per la persona, donna o uomo che sia. La cronaca ci aggiorna continuamente con dati allarmanti e la violenza sulle donne non ha mai accennato a sparire del tutto nel corso della storia. Dal mito al 2021 l’abuso si perpetua spesso tra l’indifferenza, conseguenza di un’assuefazione altrettanto letale a livello sociale.

Di cosa abbiamo bisogno allora come comunità tutta? Di empatia. Nella vita di tutti i giorni come di fronte ai fatti eclatanti del telegiornale. Penso che solo dall’empatia possa scaturire il rispetto a 360 gradi. 

 

In queste pagine spesso si trovano molti parallelismi con fatti di cronaca, che purtroppo ancora oggi macchiano una società con la stessa crudeltà e la stessa apparente normalità, con cui in alcune comunità questi delitti contro le donne sono ancora accettati. L’episodio di Laura Lanza di Trabia, la baronessa di Carini, mi ha riportato alla mente il brutale omicidio di Saman Abbas, uccisa perché si era opposta ad un matrimonio combinato, ad un destino scritto da altri, ad una vita che non le apparteneva, uccisa proprio dai suoi stessi consanguinei. Cambia il contesto, cambia l’ambientazione temporale eppure certi drammi continuano a consumarsi, sicuramente continua ad esserci una falla enorme nella società odierna, dove tutto ciò sembra intollerabile…eppure succede…

Come pensa che le donne possano essere più tutelate oggi?

Ne accennavo prima. L’attenzione sul singolo fatto di cronaca è spesso scavalcata poi da notizie e informazioni più futili. Invece, anche a livello professionale e giornalistico, sarebbe opportuno indurre a riflettere su ogni forma di violenza, dai più efferati femminicidi a quella subdola e silente che esiste, sì esiste, nei luoghi di lavoro e tra le mura domestiche. 

Che responsabilità avverte come artista, scrittrice e collaboratrice di testate giornalistiche nel sensibilizzare su queste tematiche?

La scrittura è testimonianza. È atto di responsabilità. Se riportare alla luce venti donne del passato, famose e non, e farle parlare può servire a far riflettere e divulgare, mi ritengo soddisfatta. È quello che mi auspicavo durante la ricerca e la stesura. Allargo poi il discorso quando dico che migliorare la comunicazione è un’esigenza dalla quale tutti potremmo trarre beneficio. In un’epoca dominata dalla comunicazione sintetica e istantanea, spesso si pecca di attenzione. Ne accenno nella premessa alla quinta sezione di “Virità”, quella che introduce le donne di scienza, le letterate e le artiste.

Il premio Nobel conferito a due scienziate di levatura internazionale sulle pagine dei giornali diventa il premio a “due donne”. Spesso ci si rivolge, con toni bonari, a una professionista con il solo nome di battesimo. Potrà non essere intenzionale, ma il risultato è se ne scalfisce in qualche modo la competenza, la serietà del ruolo. Riuscirebbe a immaginare un articolo di giornale in cui ci si rivolge al prof. Zichici chiamandolo Antonino? Io no.

 

La sezione dedicata ad “eretiche e peccatrici” apre tutto uno squarcio su quella che è sempre stata una repressione del potere magico e curativo dell’energia femminile, potere represso per la sua potenza da una società che non vuole guarire, per questo ha bruciato e ancora brucia (anche se metaforicamente) le donne sul rogo, come a dover guarire o espiare quello che è più considerato un peccato originale, una potenziale ribellione all’oppressione della libera espressione di questo potenziale.

Secondo lei cosa potrà liberare finalmente le donne da questo antico stigma?

Un peccato originale, esattamente. Che grava sul capo di tutti gli esseri umani, ma quello delle donne par essere più grave. La stregoneria era solo un pretesto, tanto è vero che nel grande calderone dell’eresia finiscono anche l’adulterio per esempio. Le ragioni della demonizzazione della donna sono molto profonde e ancora assai presenti. Si sono solo trasformate nel tempo. 

La donna è sempre stata percepita come “mostruosa”, un animale pericoloso soprattutto se sbircia con lo sguardo oltre il consentito, se è intelligente e astuta. Liberarsene del tutto da questo stigma è assai sfidante. Ciò che mi preoccupa è l’insidioso residuo di cultura patriarcale interiorizzata che impedisce alle donne stesse di essere solidali e comprensive tra loro stesse.

Più in generale verso quale sentiero non battuto dovrebbe dirigersi la società?

Più che sentieri non battuti, direi che sarebbe opportuno approfondire e promuovere ciò che già esiste. Mi riferisco a un femminismo contemporaneo, quello più maturo, consapevole e diffuso che trae origine dal femminismo degli anni Settanta ma si è adeguato ai nostri tempi.

Il femminismo contemporaneo, che io sposo intellettualmente, è un pensiero che raccoglie tutta una serie di istanze e non è solo focalizzato sulla condizione femminile. Per questo si parla di femminismo intersezionale, proprio perché trasversalmente è una chiamata al rispetto.

 

Donne combattive, con ideali più grandi delle loro stesse vite, ma non del loro cuore, Maria Pizzuto Cammarata, Macalda di Scaletta, Giuseppa Bolognani….la Sicilia, l’Italia intera e il mondo sono pieni di donne di tale carisma e forza. Figure spesso in ombra ma protagoniste silenti del loro tempo. È bellissimo leggere dalle sue parole come le loro stesse vite private si intrecciano con la storia che le ha travolte e rese immortali

Nella società moderna c’è qualche personaggio femminile che le ispira questa stessa forza e tenacia?

Molti. Dall’arte allo sport. Mi viene in mente Bebe Vio in questo momento. Quanta tenacia ha dimostrato questa atleta, fiore all’occhiello dello sport nazionale a livello mondiale. Quanta maturità e consapevolezza nell’affrontare la vita e con essa l’odio che ha spesso subito sui social network. 

La diversità, fisica o di pensiero, spiazza e spaventa. E poi le donne che si sono ribellate alla mafia, alle convenzioni, alle imposizioni e agli schemi imperanti. Vio è solo un esempio di donna giovane e conosciuta in un ambito spesso poco attenzionato. Non intendo fare un torto a molte altre che meriterebbero di essere menzionate. 

E poi di donne tenaci lontane dai riflettori e dai media sono la maggioranza. Sono quelle che ogni giorno conducono le proprie battaglie senza rumore. 

La Sicilia è ancora oggi terra di intrecci culturali, confine tra mondi diversi

 

Che dovrebbe fare una società oggi realmente interessata all’integrazione e all’abbattimento di confini visibili e invisibili?

La Sicilia è confine sì tra mondi diversi. Ultimo cancello d’Europa e ingresso verso altri mondi meravigliosi. La storia lo ha dimostrato e la cultura mediterranea contemporanea ne è ancora testimonianza: la Sicilia è la madre terra dell’accoglienza e dell’inclusività. È una terra che ha patito molto e forse per questo capace di relazionarsi in maniera empatica con il diverso e, soprattutto, con la difficoltà dell’altro. Non è retorica e non voglio essere ripetitiva, ma credo in maniera ferma nella capacità di vivere in maniera empatica, di comprendere l’altro. È ciò che ci rende profondamente umani. 

Nel libro ho cercato di abbatterle tutte le barriere in maniera metaforica. Da un punto di vista orizzontale non esiste distanza nel tempo e da un punto di vista verticale non esiste gerarchia sociale e differenza di rango. Ho puntato all’essenza femminile e all’umanità di ogni personaggio. Solo così Santa Lucia può convivere insieme a una criminale come la Vecchia dell’Aceto o una rivoluzionaria come Peppa la Cannoniera. E sempre così una figura nobile come la regina Costanza può stare accanto a un’avventuriera del Seicento come Anna Maria Scarlatti.

 

Nell’ultima sezione un unico filo conduttore traccia vite divise dal tempo, ma non da un’unica condanna: “è perché sono donna?”. Artiste, la cui bravura riconosciuta ma mai ammessa, perché una donna non può. Oggi il femminile resta ancora negato, richiedendo performance sempre più alte, fuori dai ritmi femminili, fuori dagli infiniti ruoli che la donna abbraccia, gli si chiede di scegliere tra famiglia e lavoro o di essere impeccabile in ogni suo ruolo.

Crede che le donne possano esprimere realmente sé stesse in una società che fondamentalmente le penalizza?

Devono, dobbiamo. I tempi sono lunghi, eppure quanti passi avanti sono stati fatti? Sulla reale possibilità di farlo senza avere addosso la scure del giudizio sono ovviamente dubbiosa, ma esistono dei varchi, degli spiragli. È su quelli che bisogna insistere con l’affermazione e la consapevolezza del nostro ruolo. 

Cosa sente di consigliare alle future donne ora bambine?

Di studiare. So che può sembrare un’ovvietà o il consiglio di una zia noiosa. Ma è tramite la cultura, la conoscenza della storia che si può vivere e interpretare il presente. In libertà e confidenti in noi stesse.

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