Il manicomio dei bambiniInterviste 

Il manicomio dei bambini. Intervista all’autore Alberto Gaino

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Secondo lei il concetto di “follia” è rimasto immutato?

Nemmeno il concetto di cancro è rimasto immutato: per il semplice fatto che ora si può curare con esiti talora statisticamente molto positivi. Nella letteratura scientifica non esisteva la cronicizzazione dei tumori, si moriva e basta di tumore: un mio carissimo amico va avanti da dieci anni con un tumore al polmone cronicizzato. Il progresso scientifico che ha consentito e consente di scoprire le cause, i processi cancerogeni, le cure, ne ridefinisce continuamente il perimetro.

A maggior ragione, per quanto io sia un giornalista e non uno specialista, il cambiamento dell’approccio e l’idea stessa della cura hanno rideterminato il concetto di follia. Il primo giorno in cui mi sono recato all’archivio storico degli ex Op di Torino temevo di non essere all’altezza nel leggere la documentazione clinica che avrei trovato. I diari clinici e le relazioni mediche, anche quando erano completi,erano e restano perfettamente comprensibili a chiunque. In quelle carte non vi erano – non vi sono – pazienti.

Che continuavano ad essere chiamati alienati e solo dal 1970 in poi vi si potevano trovare definizioni che evocassero una malattia. I referti di Villa Azzurra sono significativi: bambini di 2/3 anni “ricoverati” perché definiti genericamente oligofrenici, le diagnosi erano grossolane. Nei diari clinici si parla di bambini “deficienti”, le bambine erano sempre “più deficienti” dei maschi. Terapie indicatevi: zero. Però i farmaci venivano somministrati, così come si ricorreva agli elettro massaggi pubici e lombari, oltre all’elettroshock, praticato senza ricorrere ad anestesia (fuorché nelle Ville, dove si ricoverava a spese dei parenti dei malati). Le testimonianze supportano i buchi dei diari clinici.

Un bambino con deficit di attenzione era semplicemente ritenuto l’ennesimo deficiente. Potremmo andare avanti per ore. Il trattamento clinico negli Op per bambini non esisteva. Gli Op per bambini erano luoghi di custodia e contenimento. Dove finivano anche i sordi, i ciechi, gli epilettici, oltre ai bambini poverissimi. Tutt’al più vivaci. Quando, dopo lo scandalo della bimba fotografata legata al letto per mani e piedi, l’Opera Pia decise le dimissioni di massa dei bambini di Villa Azzurra, i quozienti di intelligenza cui venivano sottoposti i bambini salirono tutti: erano diventati tutti meno deficienti. Cosa c’entra tutto ciò con una corretta diagnosi, chiara, precisa, come accade oggi, se si riesce ad accedere a un servizio specialistico? Negli Op dei bambini le relazioni che più ricorrevano erano di carattere pedagogico e morale: “Non si impegna”. E’ “ineducabile”.
E ho scoperto che un bambino, ricoverato là a 2 anni e mezzo, cominciò a “sentire le voci” e ad esserne tormentato per il resto della sua vita anni dopo quel “trattamento” di continue punizioni. Ma non lo so dalla documentazione dell’Op, lo so dalla testimonianza di uno specialista che seguì quella persona una volta che era stata dimessa dall’Op, quasi 30 anni dopo esservi entrata.

La malattia mentale è epifenomeno di una certa realtà sociale?

Sono un giornalista e non uno specialista. Ho letto libri di contenuto sociologico sull’argomento, tesi di laurea, documenti di archivio.
Ho scritto questo libro senz’altra pretesa che ridestare la memoria degli Op per bambini e di denunciare le sempre più scarse risorse per diagnosi e cure di minori che oggi sono colpiti da patologie di carattere psichico. Psichiatri impegnati nel loro lavoro mi hanno confortato ritenendo che ho scritto un utile testo di denuncia. Altri riterranno il contrario. Per ora non ne ho riscontro. Durante la mia ricerca ho inviato più di una email o mi sono rivolto a responsabili di servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Pochi mi hanno risposto.
E’ comunque un fatto che negli anni di forti processi di industrializzazione a Torino il 29 per cento dei nuovi ricoverati negli Op della città erano operai. Fatica e stress accentuarono difficoltà personali. Vi furono molti ricoverati per dipendenza da alcolismo, anziani colpiti improvvisamente da demenza senile abbandonati dalle famiglie là dentro. Cosa furono i manicomi se non discariche sociali?
Ciò valse a maggior ragione per tanti bambini. A metà degli anni 60 erano circa 200 mila i minori rinchiusi negli istituti medico-pedagogici d’Italia. Si rileggano Il Paese dei celestini di Bianca Guidetti Serra e di Francesco Santanera e gli scritti di quest’ultimo sulla selezione dei bambini da avviare alle classi differenziali, uno dei canali che portava spesso all’istituzionalizzazione dei minori.

L’interesse per la tematica nasce dal connubio tra la curiosità infantile e il desiderio di denuncia?

Il mio libro è una denuncia. Ritenevo – e ritengo – che gli Op dei bambini fossero – e siano stati – una delle più grandi vergogne d’Italia. Per questo vi ho lavorato. Come ad un’inchiesta giornalistica.

Quali emozioni la hanno accompagnata nel varcare la soglia del manicomio dei bambini?

Indignazione, rabbia, dolore…. E ancora indignazione…

A suo avviso, l’etichetta “malato mentale” ha effetti ancora oggi sulle coscienze come stigma sociale?

Sì.

Vi sono differenze nell’utilizzo del termine “follia” nel racconto della storia di Angelo e nel suo e dei tanti sessantottisti?

Sarei tentato di risponderle come usava fare Giampiero Boniperti quando era presidente della Juventus se riteneva tendenziosa una domanda: Lei cosa ne pensa? Ai suoi tempi ero un giovane cronista e mi rispondeva spesso così.

A suo avviso, gli enti religiosi hanno competenze per gestire istituzioni raccontate nel testo?

Suor Diletta Pagliuca aveva la competenza di sapere usare il bastone. Nei pressi di Tortona ho visitato una struttura gestita dalla diocesi del medesimo centro piemontese più rispettosa dei pazienti di quanto non siano certe comunità per minori aperte da organizzazioni laiche

Secondo lei, il contributo di Basaglia ha apportato cambiamenti o è rimasto “utopia della realtà”?

C’è qualcuno che non riconosce il ruolo fondamentale di Franco Basaglia nella storia della psichiatria in Italia? E in quella culturale ? Era stato in carcere per antifascismo, ha scardinato l’immagine comune che gli Op erano luoghi di cura, rispettosi delle persone. A 37 anni dalla sua morte e a 39 dalla riforma (incompiuta) che porta il suo cognome c’è ancora qualcuno che invochi ad alta voce il ritorno ai manicomi

 “Pericoloso per sè e per gli altri” cosa le evoca oggi questa espressione a distanza di tanti anni dalla vicenda?

Il ricordo di un decreto regio del 1904 che è stato cancellato solo dalla riforma Mariotti del 1968: 64 anni dopo. Al posto suo lo chiederei ai figli di coloro che, dimessi dagli Op, non poterono trovare lavoro “grazie” a quel decreto che prevedeva l’obbligo di registrarne la pericolosità sociale nel casellario giudiziario. Bollati a vita.

Quali potrebbero essere , secondo lei, le metodologie di aiuto più consone per coloro che nel testo definisce hikikomori?

Domanda da porre ad uno specialista.
Io ho descritto ciò che in Italia, rispetto al Giappone, è tuttora un fenomeno recente. Aveva, secondo me, senso farlo per evidenziare l’evoluzione del disagio giovanile in una società più complessa di quella di gran parte del Novecento. Anche il disagio psichico mi pare più complesso, oltre che in aumento fra bambini e ragazzi.

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