Episodio 11. Che peso ha davvero l'eternità? Intervista allo scrittore Giuseppe BrescianiIn evidenza Nel Moleskine oggi c'è News Rubriche Tra le righe 

Episodio 11. Che peso ha davvero l’eternità? Intervista allo scrittore Giuseppe Bresciani

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Ci sono libri che si leggono.
E poi ci sono libri che si abitano.

Il nuovo romanzo di Giuseppe Bresciani è stato, per me, un viaggio ininterrotto dentro la storia e dentro l’anima di un uomo che della storia sembra essere stato testimone, complice e custode. Ho camminato accanto al Conte di Saint Germain tra epoche, corti, rivoluzioni e silenzi, con la sensazione costante di avere il fiato sospeso — quella rara condizione in cui non si vorrebbe mai chiudere il libro per non interrompere l’incanto.

Nel Moleskine di oggi non c’è soltanto un romanzo, ma una domanda: che peso ha davvero l’eternità quando passa attraverso il cuore di un uomo?

IL TEMPO COME MATERIA NARRATIVA

Nel suo romanzo ho avuto la sensazione di attraversare la storia del mondo non come lettore ma come viaggiatore al seguito del Conte di Saint Germain. Quando ha iniziato a scrivere, ha pensato al tempo come a una linea, a un cerchio o a qualcosa di vivo, capace di respirare insieme al protagonista?

Nel romanzo prevale l’idea che il tempo non sia lineare ma circolare. Perciò emergono concetti come la reincarnazione, cioè la legge dell’eterno ritorno, e il ripresentarsi di situazioni già vissute nel passato, di prove da completare. Il tempo, però, ha anche un ruolo sottile, da Deus ex machina. È un’entità viva e palpitante, oltre che incombente, di cui il protagonista avverte l’incombenza e la forza. Così come la percepisce il lettore che pensa di leggere un libro ma in realtà affronta un’esperienza più profonda. In effetti, L’Uomo che pesò l’eternità non è solo un romanzo storico, d’amore e filosofico. È il racconto di un lungo, suggestivo e coinvolgente viaggio nel tempo e nello spazio.

IL SEGRETO DELL’IMMORTALITÀ E IL PESO DELL’ESPERIENZA

Il suo protagonista ha 246 anni, ma ciò che colpisce non è la durata
della vita, bensì la densità delle esistenze vissute. Se dovesse “pesare” davvero l’eternità, come fa simbolicamente nel titolo, crede che a gravare di più sarebbe la memoria, l’amore o la conoscenza?

Il Conte di Saint Germain non si accontenta di assaporare la vita, la morde con voracità. La densità degli eventi è tale da rendere la sua vita inimitabile. Memoria, amore e conoscenza pesano in egual misura su di lui, ma in maniera diversa. Metabolizza i ricordi, che non gravano sulle sue scelte. È sempre proteso verso il futuro e il passato non lo condiziona. L’amore è il fil rouge della sua esistenza benché il suo rapporto con l’universo femminile cambi quando l’ultima delle tre donne che ha amato alla follia esce dalla sua vita. La sete di conoscenza è la molla che fin da piccolo lo spinge a studiare, viaggiare, capire e scoprire. È una sete inestinguibile che non viene mitigata dalla sapienza acquisita né dalla stanchezza dovuta al trascorrere degli anni.

IL CONTE DI SAINT GERMAIN: MASCHERA O RIVELAZIONE?

Nel romanzo le identità si stratificano e danno la sensazione che ogni epoca lasci un’impronta sull’anima del personaggio. Scrivendo, ha avuto l’impressione che il Conte fosse un uomo che attraversa la storia o che fosse la storia stessa a servirsi di lui per raccontarsi?

Entrambe le cose. Il conte di Saint Germain viene plasmato dai tempi in cui vive, modellato dagli eventi. La sua forza è adeguarsi e rimanere giovane e reattivo ai grandi cambiamenti epocali. Dal punto di vista narrativo, è altrettanto vero che ho usato la vicenda del Conte per raccontare la Storia con la S maiuscola attraverso emozioni, sensazioni e aneddoti suggestivi.

IL FIATO SOSPESO COME STATO DELL’ANIMA

Una delle sensazioni più forti che ho provato è stata l’impossibilità di interrompere la lettura senza sentire di aver abbandonato un viaggio in corso. Ha lavorato consapevolmente sulla sospensione — quasi musicale — del racconto? E quanto conta per lei il ritmo quando si narra qualcosa che ha a che fare con l’eterno?

Grazie per questa riflessione. Qualcuno ha rimarcato che il mio libro è come un treno su cui sali senza sapere dove ti porterà e il cui rumore di fondo ti ipnotizza e ti impedisce di scendere. Ma è anche una sinfonia che ti avvolge. Il ritmo è fondamentale per me e lo è maggiormente in un libro come questo, dove ho affrontato il tema dell’immortalità fisica.

L’ETERNO FEMMININO COME FORZA VITALE

Nel libro l’amore non appare solo come esperienza sentimentale ma come principio energetico, quasi alchemico. L’eterno femminino che
attraversa la vita del Conte è per lei una presenza storica, simbolica o una vera chiave di accesso alla trasformazione interiore?

L’amore è la linfa vitale che nutre il protagonista, un uomo con una visione della donna che concilia la cortesia dei cavalieri medievali con l’afflato più moderno. Non si limita ad amare. Lui adora e rispetta l’universo femminile. Diversamente da Giacomo Casanova, che gli è coevo ed è una figura presente nel libro, il Conte di Saint Germain non considera la donna una preda o lo strumento del piacere, ma un angelo e un passe-par-tout per accedere alla trasformazione interiore.

LA SOLITUDINE DEL PINCIO: UN UOMO DAVANTI A SE STESSO 

L’immagine iniziale — Roma innevata, il Pincio, un uomo che confida alle statue la propria storia — ha qualcosa di profondamente teatrale e metafisico. È un dialogo con la città, con la storia o con la parte più segreta dell’essere umano che sopravvive a tutte le epoche?

Ho voluto iniziare il racconto con un’immagine cinematografica, una visione poetica e insieme commovente che sarebbe piaciuta a Fellini. Perché l’inizio è in realtà la fine, il momento in cui il protagonista affronta l’eterno dilemma, il dubbio amletico. In questa scena c’è la summa della mia visione del mondo. Chi mi conosce, riconosce nell’incipit del romanzo il mio amore ancestrale per Roma, la mia profonda passione e conoscenza per la Storia e quella parte più intima e segreta dell’animo umano che potremmo definire in tanti modi. Si tratta della humanitas. Ma forse il suo vero nome è DNA.

Chiudendo questo libro si ha la sensazione che il viaggio non termini davvero, ma continui in una zona silenziosa della nostra coscienza, dove il tempo smette di essere misura e diventa esperienza.

E forse è proprio questo il dono più raro della letteratura: permetterci di vivere più vite, attraversare secoli, amare senza scadenza.

Oggi, nel mio Moleskine, resta una domanda aperta — la stessa che attraversa ogni pagina del romanzo —:
quanto siamo disposti a vivere, davvero, per poter dire di aver sfiorato l’eternità?

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