Episodio 10. Intervista al collettivo artistico ES NOVA
Nel Moleskine oggi c’è: Es Nova
(appunti sparsi di ascolto e visione)
C’è un momento, prima del suono, in cui tutto è ancora possibile.
È lì che sembra muoversi Es Nova: in quello spazio fragile in cui l’idea non è ancora forma, ma già tensione.
Sul foglio bianco una parola non è mai sola. Porta con sé immagini, suoni, respiri.
Es Nova nasce da un dialogo in tempo reale tra musica, arti visive e improvvisazione. Quando prendete in mano un nuovo progetto, qual è il primo segno che tracciate: una parola, un’immagine, un’intuizione sonora, o qualcosa che ancora non ha nome?
Generalmente partiamo da un concetto, un’idea di fondo che vogliamo esprimere attraverso suoni e immagini. Spesso le idee che emergono si muovono sul solco lasciato dai lavori precedenti, articolandosi in continuità con essi. È il caso, ad esempio, di Noi e del successivo Solo.
Alcune volte è un nuovo modo di fare le cose, di impostare il lavoro di studio e di ricerca personale a guidare l’azione musicale. Altre volte ancora è un tema che ci coinvolge e a cui prestiamo particolare attenzione.
Riga cancellata. Inchiostro sbavato. L’errore resta e diventa traccia.

Nelle vostre opere l’imperfezione non viene mai corretta, ma accolta. Anzi, spesso diventa il cuore del lavoro. Cosa vi ha insegnato il dubbio, l’errore, l’andare “fuori strada” nel vostro percorso artistico e umano?
L’errore può essere visto come una sorta di lapsus: disvela un dire e un’intenzione che provengono da un’altra scena. Mi azzarderei a dire, da un inconscio superiore.
Errore si riferisce in ogni caso a un progetto, a una partitura scritta, a una decisione precedente, rispetto alla quale qualcosa viene disatteso, modificato.
Nell’improvvisazione l’errore è ben accetto; anzi, apre a nuove decisioni, ad altre strade. Segna spesso una scansione utile a definire due momenti all’interno dell’improvvisazione.
L’errore richiede inoltre un confronto fra intenzione e attuazione. Nel caso della musica estemporanea, si riferisce il più delle volte a un’intenzione o a un’idea andata a vuoto.
L’errore ci ha insegnato a riconsiderare questo aspetto – particolarmente rilevante – nel discorso musicale, in un altro modo, ponendolo su un piano differente: cosa lascia trasparire questo errore e a quali strade apre la porta?
Così facendo, si aprono soluzioni inaspettate e spesso migliori di quelle che avevamo ipotizzato.
Non tutti i suoni nascono per stare su un palco.
Avete scelto spesso luoghi non convenzionali per le vostre performance: musei, gallerie, spazi pensati per l’arte visiva. Quanto incide il luogo sul vostro modo di suonare? È lo spazio che vi ascolta o siete voi a dover imparare ad ascoltare lo spazio?
Il luogo è senz’altro un aspetto importante nel nostro modo di fare musica. Delimita il campo d’azione e racchiude in uno spazio ciò che facciamo musicalmente.
Definisce anche le condotte di ascolto e di fruizione a cui il pubblico potrà aderire o meno, disattendendo il codice di condotta di quel particolare luogo. Questa discrasia fra codice e condotta genera spesso nuove interpretazioni del fatto musicale e dell’evento in generale, rendendo quale particolare luogo uno spazio per certi versi nuovo.
Un museo è diverso da un cinema, da un teatro, da una galleria d’arte o da uno spazio performativo. Costruiamo progetti che nascono a partire dai luoghi e per i luoghi: suggeriscono soluzioni proprie di quel particolare momento dell’ascolto e si fondono con ciò che proponiamo a livello sonoro. Ascoltare un luogo, uno spazio è come mettersi in ascolto del suo vissuto della sua storia, facendoci raccontare le sue peculiarità.
Ogni viaggio è anche un ritorno. A volte alla parola. A volte al silenzio.
Il tema del viaggio attraversa gran parte della vostra ricerca: da Nostos fino ai lavori più recenti. È cambiato il vostro modo di intendere il viaggio nel tempo, o è cambiato ciò che oggi sentite necessario attraversare?
Il viaggio è un andare e tornare, un’Odissea che attraversa mondi d’esperienza per poi riportarci verso casa. Una volta tornati non si è mai quelli di prima. Questo accade anche in musica.
Si attraversa una fase, un periodo, una visione cercando di ricondurla alla sua sintesi, al suo compimento, svolgendola attraverso i processi che la determinano artisticamente.
Nella nostra esperienza, ci siamo spesso avventurati molto al di fuori della nostra comfort zone, sapendo che il viaggio avrebbe potuto anche risolversi in un naufragio, in senso psicologico e musicale.
Quando si lavora fuori dalla propria zona di comfort non sempre si può prevedere cosa accadrà, e bisogna mettere in campo una dose di fiducia considerevole.
L’improvvisazione apre ed espone, all’Altro e al pubblico, e non sempre è facile tracciare confini netti fra ispirazione e deriva. Direi che, in generale, il problema principale del viaggio sta proprio nella capacità di saper ritornare.
Bendati. Al buio. Dentro il suono.
Nelle vostre performance spesso chiedete al pubblico di rinunciare alla vista per affidarsi completamente all’ascolto. Che tipo di relazione cercate di creare con chi vi ascolta? E cosa accade, secondo voi, quando lo spettatore diventa davvero “presenza” e non più semplice osservatore?
Ci aspettiamo che questa condizione di vincolo, di sottrazione, amplifichi la capacità di stabilire un maggior contatto con sé stessi e con il suono.
Amplifica l’immaginazione, la necessità di trovare appigli, rinunciando ad agganci visivi ormai consolidati.
Le luci, la scenografia, il pubblico presente vanno sullo sfondo e in figura emerge maggiormente l’elemento sonoro e le sue memorie, per ognuno diverse.
Il pubblico diventa, per noi che suoniamo, molto più vicino, quasi tangibile fisicamente, e la sua presenza diventa fonte di ispirazione, di contatto.
Rassicura e contiene, ma c’è sempre il rischio di un eccesso di confluenza, di dispersione. Ogni cosa ha i suoi lati positivi e, contemporaneamente, espone a dei rischi. Questa è probabilmente la sfida da raccogliere in ogni nostra performance dal vivo.
L’Altro non è sempre fuori. A volte è una voce che ritorna.
Il tema dell’Altro, del doppio, della contaminazione attraversa lavori come Hybrid, Kontact e arriva fino a NOI. Oggi, per Es Nova, l’Altro è più una presenza esterna da incontrare o una parte interna con cui continuare a dialogare?
L’Altro per noi è probabilmente il tentativo di ritornare musicalmente ad un senso, ad una relazione con “qualcosa” che ci guida, qualcosa di ulteriore a noi. A volte si percepisce di suonare a vuoto, altre volte no. La differenza è netta e tangibile.
Si comprende così la possibilità e forse addirittura la necessità di ridare corpo alla parola musicale, al suono. È un tema importante nella nostra ricerca: la volontà di stabilire un contatto, un dialogo, con una presenza ulteriore rispetto al nostro semplice essere musicisti, la quale da corpo e senso al nostro agire.
Rileggere le pagine vecchie è un esercizio pericoloso, ma necessario.
Guardando al vostro percorso – dalle prime improvvisazioni fino a progetti come SOLO e NOI – cosa sentite di aver custodito gelosamente nel tempo? E cosa, invece, avete dovuto lasciare andare per permettere alla vostra ricerca di restare viva?
Abbiamo custodito la traccia iniziale, cioè il voler fare musica dialogando in modo estemporaneo con il suono, uscendo dai vincoli angusti legati a generi e stili musicali predefiniti.
Questo ci permette di non isolarci, di stare in relazione tra noi quando suoniamo, permettendo al gruppo di creare qualcosa come entità terza e non solo come singoli strumentisti che eseguono un repertorio.
Abbiamo lasciato andare molte delle velleità e delle pretese iniziali: voler essere capiti, ascoltati, riconosciuti.
Facciamo quello che sentiamo, restando in ascolto, affinché sia la musica a emergere e a guidarci, invece di essere noi a imporle una direzione.
Per seguire ES NOVA:
Chiudendo il moleskine resta una sensazione difficile da nominare.
Es Nova non chiede di essere compresa, ma attraversata. La loro musica non si offre come risposta, piuttosto come spazio: un luogo in cui sostare, perdersi, riemergere cambiati di poco, ma abbastanza.
Tra suono e silenzio, tra gesto e attesa, il collettivo continua a muoversi lì dove l’opera resta aperta e l’ascolto diventa atto di presenza.
Forse è questo il loro invito più radicale: restare, anche quando non è tutto chiaro.

