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La Giornata Mondiale dell’abbraccio: il corpo come primo luogo delle emozioni

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La Giornata Mondiale dell’abbraccio, celebrata il 21 gennaio, non è soltanto una ricorrenza simbolica. È un richiamo potente a una dimensione spesso trascurata: il corpo come primo veicolo delle emozioni e delle relazioni. In una società che privilegia il controllo, la prestazione e la razionalizzazione, il contatto umano viene frequentemente ridotto o evitato, con conseguenze profonde sul benessere psicologico, in particolare nei bambini e negli adolescenti. L’abbraccio è un gesto semplice solo in apparenza. In realtà, è un’esperienza complessa che coinvolge mente, corpo e storia affettiva. È un linguaggio primario, precedente alle parole, attraverso cui il sistema nervoso impara cosa significa sentirsi al sicuro.

 

Neurobiologia dell’abbraccio: quando il corpo regola la mente

Le neuroscienze affettive mostrano con chiarezza che il contatto fisico sicuro attiva circuiti neurobiologici fondamentali per la regolazione emotiva. Un abbraccio stimola il rilascio di ossitocina, riduce l’attività dell’amigdala (coinvolta nelle risposte di paura) e contribuisce all’abbassamento del cortisolo, l’ormone dello stress. Dal punto di vista neurobiologico, dunque, l’abbraccio non è solo consolazione: è un vero e proprio intervento regolativo. Il sistema nervoso, soprattutto quello in fase evolutiva, impara a calmarsi attraverso la relazione. Quando questa esperienza manca o viene svalutata, il corpo può restare in uno stato di allerta cronica, con ricadute sul piano emotivo e comportamentale.

 

Psicoanalisi e bisogno di contenimento

La psicoanalisi ha da tempo chiarito che la mente non si sviluppa in isolamento, ma all’interno di una relazione. Sigmund Freud parlava del corpo come primo teatro delle esperienze emotive; successivamente Donald Winnicott ha introdotto il concetto di holding, ovvero la funzione di contenimento fisico ed emotivo esercitata dalla figura di riferimento. In questo senso, un abbraccio non è solo una manifestazione di affetto: è contenimento psichico. È il messaggio implicito che l’emozione può essere sostenuta senza distruggere chi la prova. Quando bambini e ragazzi crescono senza questa esperienza, imparano a difendersi dalle emozioni invece che ad attraversarle.

 

Ragazzi non educati alle emozioni

Molti giovani oggi non sono stati educati a riconoscere, nominare e condividere ciò che sentono. Al contrario, sono stati spesso spinti verso la sopportazione silenziosa, l’autosufficienza emotiva e la negazione del bisogno. Il risultato è una fragilità nascosta che si manifesta attraverso difficoltà relazionali, paura del giudizio, senso di inadeguatezza e ritiro emotivo.

In questo contesto, anche il contatto fisico — quando desiderato — può generare imbarazzo o disagio, perché riattiva bisogni mai legittimati. Il corpo diventa così un luogo di tensione anziché di sicurezza.

 

Educare alle emozioni significa educare al corpo

La Giornata Mondiale dell’abbraccio diventa allora un’occasione culturale ed educativa per ricordare che:

  • il corpo è il primo luogo in cui le emozioni si manifestano;
  • il contatto sano non è una debolezza, ma una risorsa evolutiva;
  • insegnare a chiedere vicinanza è un atto di prevenzione psicologica.

Educare alle emozioni significa anche restituire dignità ai gesti semplici, come un abbraccio, che permettono alla psiche di sentirsi al sicuro e di non dover ricorrere alla difesa continua.

 

Consigli di lettura

  • Daniel Goleman, Intelligenza emotiva – per comprendere il ruolo delle emozioni nella vita psicologica e relazionale.
  • Brené Brown, La forza della vulnerabilità – per riscoprire il valore della vulnerabilità nelle relazioni.
  • John Bowlby, Attaccamento e perdita – fondamentale per comprendere come il legame affettivo influenzi lo sviluppo emotivo.
  • Donald Winnicott, Gioco e realtà – per approfondire il concetto di contenimento e sicurezza emotiva.

Un abbraccio non serve a togliere il dolore, ma a dire al corpo che può smettere di difendersi.

                                                                                                                              Lisa Di Giovanni

Una frase che racchiude il senso profondo di questo gesto: non eliminare la sofferenza, ma renderla abitabile.

Lisa Di Giovanni

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