Episodio 9. Intervista allo scrittore Marco Lugli
Il sole del Sud non illumina soltanto: brucia, mette a nudo, costringe a guardare. In Martiri delle sabbie la luce è impietosa come la verità che emerge tra le pieghe dell’indagine. Luigi Gelsomino cammina su una terra che tradisce e viene tradita, portandosi dietro le proprie cicatrici come prove non archiviate.
Ogni indagine lascia un segno. Alcune scavano solchi, altre allargano ferite che si pensavano rimarginate. Luigi Gelsomino non è più soltanto un commissario: è un uomo che procede in equilibrio precario tra ciò che è stato e ciò che forse non sarà mai.
In che modo Martiri delle sabbie rappresenta un punto di svolta nell’evoluzione di Gelsomino, e quale parte di lui oggi non poteva più restare nell’ombra?
Non sono sicuro che gelsomino sia un uomo cui si possono applicare “punti di svolta”. È più un personaggio che si adatta ad un’indole, la propria, che non riesce a modificare. Dal punto di vista personale, nel suo rapporto con l’amore e il desiderio, abbandona un sentiero pericoloso per poi imboccarne uno morto, ma lo fa in modo sempre più consapevole. Professionalmente è sempre lo stesso cane da tartufi. Attento all’osservazione delle persone più che alle evidenze di laboratorio.
2.Il Salento che attraversiamo nel romanzo non è una cartolina. È una terra che osserva, tace, a volte protegge, altre condanna. Le spiagge, le grotte, il vento diventano testimoni muti di colpe e compromessi.
Quanto il territorio influisce sulla costruzione emotiva di Gelsomino e quanto, invece, diventa un personaggio autonomo, capace di orientare scelte, silenzi e verità?
Io e Gelsomino guardiamo a questa terra come a un malato che potrebbe essere curato facilmente e invece è lasciato morire lentamente in corsia. La sua lentezza, contenuta nel nome stesso Sa-Lento, è però anche il metronomo dell’evoluzione dei pensieri di Gelsomino. Sono sovente il ritmo delle onde, il battere del vento e i contrasti di luce e ombra ad accompagnare le sue riflessioni.
3.Dietro ogni ideale si nasconde un confine fragile. Superarlo è questione di un passo, di una convinzione portata all’estremo, di una giustificazione che smette di fare domande. I “martiri” di questa storia sembrano muoversi proprio su quella linea sottile.
Quando, secondo te, una battaglia giusta smette di essere disobbedienza civile e si trasforma in fanatismo ideologico?
Nell’epoca dei Social è innanzi tutto difficile riuscire a dare una definizione di giusto o sbagliato. Ma ammettiamo di attribuire al termine giusto qualcosa di statisticamente accettato da una maggioranza dal punto di vista morale, il confine col fanatismo è certamente dettato dalla violenza. Il corteo che sfila pacificamente in qualcosa in cui crede nel quale si infiltrano frange violente dovrebbe, a mio avviso, fermarsi immediatamente e isolare i violenti. Come un organismo vivente, un ideale deve innanzi tutto curare se stesso dalle proprie patologie per potersi accreditare come giusto agli occhi dell’opinione pubblica.
4.Nel nostro presente la protesta ambientale si fa sempre più radicale, divisiva, rumorosa. C’è chi parla di urgenza e chi di terrorismo morale. Martiri delle sabbie intercetta questo disagio e lo porta alle sue conseguenze più oscure.
La violenza può mai essere giustificata come strumento di sensibilizzazione ambientale, o finisce inevitabilmente per tradire il messaggio che vorrebbe difendere?
Credo di aver risposto nella domanda precedente. Aggiungo anche che il romanzo è preceduto da una citazione di Greta Thumberg (nella sua versione 1.0, quella che ancora si occupava di ambiente) che spinge le persone a comportarsi col pianeta come se esso fosse la propria casa in fiamme. Lo trovo un approccio profondamente sbagliato. Quando la casa è in fiamme, le persone si gettano dalla finestra e muoiono o finiscono per abbattere con la violenza ogni ostacolo che vedono tra loro e la supposta salvezza.
5.I veri antagonisti, spesso, non credono di esserlo. Hanno un’idea, una visione, una narrazione che li assolve ai loro stessi occhi. Raccontarli significa entrare in una zona grigia, scomoda, pericolosa.
Quanto è stato complesso dare voce a personaggi convinti di agire “per il bene”, senza assolverli né demonizzarli, e quale responsabilità senti come autore nel raccontare il male oggi?
Io esprimo con molta tranquillità le mie idee con la consapevolezza di non avere la verità in tasca, ma soltanto una opinione. La sola responsabilità che sento è nei confronti di me stesso, visto che la mia posizione su questa e altre tematiche non mi aiuta certo né commercialmente (figuriamoci su una casa di produzione cinematografica porterebbe le idee di Gelsomino sullo schermo…) né per accreditarmi nei salotti letterari italiani.
6.Gelsomino indaga tra omertà, silenzi e ambizioni nascoste, ma più la verità si avvicina, più cresce la sensazione di isolamento. Come se il mondo intorno avesse già deciso di non voler sapere.
Gelsomino è un uomo che resiste o un uomo che sta lentamente perdendo il proprio posto nel presente? E cosa racconta questa solitudine della società che descrivi?
La solitudine di Gelsomino è caratteriale. Con un carattere diverso sarebbe certamente meno solo e riscuoterebbe più successo sentimentale e tra i colleghi della Procura. La generazione mia e di Gelsomino sta indubbiamente perdendo il proprio posto nel presente, ma lui è certamente uno che resiste perché è la sua forte carica introspettiva e ironica a salvarlo.
7.Chiudendo il libro, non resta una soluzione rassicurante, ma una domanda che continua a mordere. Come la sabbia che entra nelle scarpe e non va più via.
Se Martiri delle sabbie fosse davvero una pagina di un moleskine, quale interrogativo vorresti che il lettore si portasse dietro, guardando il mondo con uno sguardo diverso dopo l’ultima pagina?
La copertina del Moleskine è nera e questo, alla sua chiusura, non fa intravedere un futuro luminoso. Vorrei che tutti noi ci chiedessimo se le nostre idee sono supportate da nostre ricerche o sono frutto di un tuffo inconsapevole nelle acque torbide di un torrente di cui non conosciamo la sorgente.

