Siamo tutti Giuda. Intervista allo scrittore Gabriele Cantella
L’ospite del nostro spazio interviste oggi è lo scrittore Gabriele Cantella – siciliano di nascita e milanese di adozione, in libreria con il romanzo “Il sangue di Giuda”, Mursia Editore, recensito da Federica Cervini qui
Cantella ha accettato di rispondere a qualche domanda per approfondire le tematiche
Ciao Gabriele anzitutto grazie per il tempo che hai deciso di dedicarmi oggi.
Parliamo di Gela, che non è solo sfondo e ambientazione del tuo romanzo “Il sangue di Giuda” ma, a mio avviso, vera e propria protagonista; fra le pagine ci parli delle Chiese in cui avvengono i delitti, delle vie, dei tuoi compaesani (è la tua città d’origine).
Come la città di Gela ed il carattere dei gelesi crea la trama del tuo giallo?
Inoltre, alcune ambientazioni del tuo giallo ricordano Vigata e la Sicilia di Montalbano: quale legame senti con questo autorevole precedente letterario?
Gela, forse più dello stesso Giovanni Alma, è protagonista della storia – perché questa storia nasce a Gela e da Gela, solo lì può essere raccontata.
Gela ha covato e cullato questa storia come una madre fa col figlio: io sono figlio di Gela, Giovanni Alma è figlio di Gela, e soltanto lì può esistere; in qualunque altro posto del mondo non sarebbe lui, non sarebbe Giovanni Alma.
Gela vive, respira, sanguina, piange, vibra come i personaggi della storia, Gela è la storia, la trama, il tessuto.
Gela è… Gela! Ci ho vissuto, sono cresciuto e da Gela me ne sono andato, ma mai l’ho lasciata: un pezzo della mia vita è rimasto tra le viuzze strette del centro storico, nella Chiesa del Carmine e in quella dei Cappuccini, in piazza Umberto I, sotto gli occhi sfuggenti della ‘Fimmina Nura’, che generosamente offre, ammiccante, le sue nudità ai passanti.
Una madre è madre sempre, buona o cattiva che sia, e il figlio non può spezzare quel legame, non può farsi sordo al richiamo del sangue.
E così la voce di Gela mi parla ancora, mi racconta storie che non posso ignorare: le storie della città e dei suoi abitanti diventano un ponte emotivo con la madre terra.
L’accostamento della mia Gela alla Vigata del Maestro Camilleri mi lusinga, ma la sua Sicilia è un acquerello raffinato, il bello anche nel brutto, l’incanto che addolcisce le asperità.
La mia Sicilia, al contrario, è dura, aspra, a tratti respingente; la Sicilia in cui ho vissuto, in cui sono cresciuto, quella che conosco, così com’è nella realtà che per anni ho osservato direttamente.
La gente che si incontra tra le pagine del mio libro, gli odori che si respirano, i colori e le ombre che si vedono, sono quelli veri – nessuna finzione letteraria, niente filtri!
Una scelta precisa, consapevole: chi non è mai stato a Gela deve sentirla, viverla.
E chi ci è stato deve riconoscerla.
Uno degli elementi chiave del tuo giallo è il dualismo amore/perdita e lutto – vuoi parlarci del cuore spezzato di Giovanni Alma?
Descrivici anche il suo rapporto con Ninetta e la “paura dell’abbandono”, che lo contraddistingue.
L’amore riempie la vita, ma può anche svuotarla.
L’amore dà, l’amore toglie.
L’amore è una carezza gentile, goccia d’unguento sui graffi dell’anima, ma può diventare catena che rende schiavi di un ricordo, di un fantasma muto e invisibile – e così è per Giovanni Alma.
Incatenato al passato, vive un presente immobile senza speranza di futuro, destino che condivide con Gela; anche Gela infatti rimane immobile, rimpiangendo un passato glorioso che i gelesi neppure conoscono, e non fa niente per costruirsi un futuro.
Giovanni Alma ha scelto di esiliarsi dal mondo dei vivi per vagare senza titolo in quello dei morti: un tentativo disperato di autodifesa, forse più un vezzo da “non più giovane Werther” addolorato.
Giovanni Alma non sa elaborare il suo lutto, non riesce a superarlo, perché alla fine gli fa comodo – e lo esibisce, quel lutto, se ne fa scudo per respingere la vita che torna a bussare alla porta della stanza vuota, in cui si è confinato per non dover affrontare di nuovo il trauma dell’abbandono.
Ninetta è la vita che torna a bussare, ma anche la paura di restare un’altra volta da solo.
Calogero Smecca non saprebbe “fare la O con il bicchiere”: chi è questo ispettore? Quali sono i suoi tratti distintivi?
Calogero Smecca è una maschera, l’archetipo di certi ottusi, ottenebrati dalla loro inesauribile arroganza.
Vede solo quello che vuole vedere, deforma la realtà per piegarla ai suoi schemi, alle sue convinzioni; è un inquirente che non cerca la verità, ma la sua verità.
Non sa, ma pretende di sapere, ha tutto da imparare e niente da insegnare, ma tutto insegna e niente impara.
Parliamo delle due macrocategorie dei serial killer, che citi nel tuo giallo: come ti sei documentato su questi dati di criminologia?
Per inquadrare il serial killer della Via Crucis nella corretta categoria criminologica ho attinto ai miei studi e alla mia esperienza da giornalista di cronaca nera.
Scrivere un romanzo richiede fantasia, ma anche preparazione, non si può fare una frittata senza uova!
Il serial killer della Via Crucis è un omicida seriale atipico, perché rientra in entrambe le macrocategorie criminologiche: un po’ serial killer organizzato, un po’ disorganizzato.
Quindi, più imprevedibile e pericoloso perché difficilmente inquadrabile in uno schema preciso.
“Ha mai provato signor Alma, almeno per un istante, a mettersi nei panni di Giuda”?
Io giro questa domanda a te Gabriele: hai mai provato a metterti nei panni di Giuda? Giuda è una vittima o un carnefice?
Ed inoltre: “Giuda ha fatto quel che ha fatto perché non ha potuto scegliere di fare altro”: parlaci di tradimento e libero arbitrio.
Un milione di volte ho provato a vestire i panni scomodi di Giuda, mi sono chiesto cosa avrei fatto al suo posto, ma la domanda era più: ‘Davvero avrei potuto scegliere di fare questo invece che quest’altro?’. Da qui il tema del libero arbitrio, che ci riguarda tutti perché tutti ogni giorno ci troviamo a dover scegliere – ma davvero siamo liberi di farlo?
Se ogni scelta che siamo convinti di compiere in realtà fosse obbligata o comunque condizionata dalla scelta di qualcun altro?
Siamo tutti Giuda.
Giuda ha davvero tradito Gesù? E se lo ha fatto, avrebbe anche potuto scegliere di non farlo? Cosa significa tradire?
Il significato originario e letterale del verbo latino ‘tradere’ è consegnare – quindi Giuda potrebbe aver consegnato Gesù e non averlo tradito.
Giuda non è il carnefice che la dottrina cristiana da duemila anni ci presenta, è un personaggio tragico, l’insignificante rotella di un meccanismo formidabile su cui lui, come noi, non ha controllo.
“Come si fa a entrare nella testa di un folle, a comprendere i meccanismi di una mente malata, a indovinare le ragioni che muovono la sua mano” si chiede Ninetta – ed io chiedo a te: come si fa a scrivere un noir?
Ci sono delle regole da seguire?
Più che di regole da seguire Federica parlerei di atmosfere. Sono le atmosfere a rendere noir una storia. Ogni autore trova il suo modo, modellando il genere secondo il proprio gusto e le proprie inclinazioni.
Che progetti hai per il futuro?
Potremo leggere altre vicende del tuo investigatore Giovanni Alma?
Giovanni Alma tornerà nel 2027 con una nuova indagine – anzi con un nuovo abisso in cui dovrà calarsi senza difese.
… e noi lettori lo aspettiamo!
Fix On Magazine e Federica Cervini ringraziano l’autore Gabriele Cantella per la disponibilità e simpatia.

