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Il silenzio che precede la violenza: uno sguardo psicologico sulla fragilità nascosta

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Ci sono gesti che arrivano all’improvviso, come fenditure nel tessuto della quotidianità. Gesti che spaventano, disorientano, indignano. Dietro quei comportamenti, spesso messi in atto da adolescenti o giovani adulti, si tende a vedere solo l’atto finale, mai il lungo cammino invisibile che lo ha preceduto. La verità è che la violenza giovanile non nasce da un eccesso di forza. Nasce da un’assenza: l’assenza di un’identità stabile, di un sentire riconosciuto, di una guida emotiva.

 

La dinamica nascosta: ferire per non sentirsi fragili

Molte condotte aggressive, umilianti o manipolative rispondono a un meccanismo interiore silenzioso:
il tentativo di conferire consistenza a un io che fatica a reggersi. La distruttività diventa così una scorciatoia identitaria. Per un istante, l’individuo si percepisce forte, capace, dominante. Ma è un’illusione: appena il gesto si spegne, riaffiora lo stesso vuoto di prima, spesso ancora più profondo. La sopraffazione non rivela la forza di chi la compie, ma il bisogno urgente di nascondere una fragilità inaccettabile.

Identità in vetrina: esistere attraverso lo sguardo degli altri

Molti giovani si muovono in uno spazio sociale che chiede loro di apparire più che di essere. L’identità viene costruita come un personaggio da esibire, non come un luogo interno da abitare. Ne deriva un messaggio subdolo ma potente: «Se non ti vedono, non esisti.» In questo contesto, ogni gesto diventa una performance.
Ogni emozione non funzionale all’immagine viene repressa. Ogni sentimento di inadeguatezza viene nascosto dietro ironia, cinismo o sfida. Ma ciò che si nasconde, non scompare: si deforma.

 

Il vuoto emotivo come origine del conflitto

Sotto le condotte aggressive troviamo spesso un vuoto che non è stato ascoltato. Un giovane che non sa dare un nome alle proprie emozioni cercherà inevitabilmente un canale alternativo per farle uscire. Quando manca il linguaggio emotivo, resta solo l’azione. E l’azione, se non mediata dalla consapevolezza, può trasformarsi in ferita. Molti ragazzi agiscono non per crudeltà, ma per un’incapacità appresa: non hanno avuto la possibilità di incontrare il proprio mondo interno, di riconoscerlo, di legittimarlo.

 

La società disconnessa dal sentire

Viviamo in un sistema culturale che premia la rapidità, l’efficienza, l’impatto. Gli aspetti emotivi, profondi e lenti per natura, vengono percepiti come ostacoli. Il risultato è una comunità che sa comunicare velocemente, ma difficilmente sa comprendersi. Che parla molto, ma ascolta poco. Che chiede agli individui di essere forti e adattabili, ma raramente offre strumenti per affrontare la vulnerabilità. Quando il sentire personale è svalutato, l’altro smette di essere un essere umano e diventa una funzione: un bersaglio, un pubblico, un mezzo per confermare qualcosa di sé. Da qui prende forma la violenza.

Una presa di posizione necessaria: la “lista stupri” è un fallimento collettivo

Gli episodi legati alla cosiddetta “lista stupri” non sono semplici devianze o “ragazzate” da minimizzare — come qualcuno ha tentato di fare.
Sono un segno gravissimo del punto a cui siamo arrivati: un punto in cui la disumanizzazione dell’altro è diventata linguaggio quotidiano, persino gioco. Che dei minorenni (o giovani adulti) possano concepire l’idea di catalogare, condividere o normalizzare la violenza sessuale come forma di appartenenza al gruppo è un segnale che va oltre la ribellione: è un baratro morale, emozionale e culturale.

Non è solo un problema educativo. È una sconfitta collettiva.

Una generazione sta crescendo in un ambiente che in troppi casi:

  • confonde dominio con identità,

  • scambia la misoginia per ironia,

  • tratta l’altro come oggetto invece che come persona,

  • considera l’empatia una debolezza,

  • usa il corpo femminile come terreno su cui misurare il proprio valore.

Questo non può essere tollerato, né giustificato, né relativizzato. Non basta condannare. Serve guardare con onestà dove abbiamo fallito.

Ricostruire dall’interno: l’educazione emotiva

La risposta non è irrigidire le punizioni né demonizzare una generazione. La risposta è più complessa e più semplice allo stesso tempo: ricominciare dall’educazione al sentire. Significa restituire ai giovani il diritto di nominare ciò che provano, di non nascondersi dietro l’immagine, di riconoscere il valore delle emozioni proprie e altrui. Una identità salda non nasce da ciò che si mostra, ma da ciò che si riconosce in sé.

Solo chi ha imparato a stare con il proprio mondo interno non avrà alcun bisogno di costruire un’identità sulle macerie degli altri.

 

 

La forza più discreta, ma anche la più rara, è imparare a restare presenti a se stessi senza ferire nessuno. È da lì che comincia ogni vera crescita.
Lisa Di Giovanni

 

Consigli di lettura

Comprendere il senso di identità:

Erik H. Erikson – “Identità e ciclo di vita”

James Marcia – “L’identità nell’adolescenza”

 

Approfondire il tema della fragilità e della vulnerabilità:

Brené Brown – “La forza della fragilità”

Aldo Carotenuto – “Amare tradire”

 

Educazione emotiva e consapevolezza:

Daniel J. Siegel & Tina Payne Bryson – “La mente del bambino”

Isabelle Filliozat – “Le emozioni: istruzioni per l’uso”

 

Analisi della società contemporanea:

Byung-Chul Han – “La società della stanchezza”

Zygmunt Bauman – “Modernità liquida”

Lisa Di Giovanni

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