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Dentro la ferita che restituisce: la poesia vivente di Ilaria Palomba

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Alla Feltrinelli di Largo Argentina, “Restituzione” diventa esperienza, immersione, passaggio necessario verso una nuova luce

Ci sono incontri che non si limitano a presentare un libro, ma che aprono un varco. E la sera del 28 novembre, alla Feltrinelli di Largo Argentina, quel varco si è aperto davanti a noi con la forza silenziosa delle rivelazioni che non cercano clamore, ma ascolto. La sala era piena fino all’ultima sedia, eppure regnava una sospensione, una sorta di attesa collettiva. Tutti sapevamo che non stavamo per assistere a una presentazione tradizionale: stavamo per entrare, con passo quasi rituale, nella sostanza viva di Restituzione, la nuova silloge poetica di Ilaria Palomba, edita da Interno Libri.

Una soglia di immagini: il cortometraggio di Iolanda La Carrubba

Prima ancora delle parole, sono arrivate le immagini. Il cortometraggio di Iolanda La Carrubba, introdotto da Olivia Cinnamon Balzar, è stato una porta d’ingresso: Palomba ripresa nella natura, tra alberi che sembrano ascoltare e acqua che pare ricordare. L’autrice cammina, osserva, si lascia attraversare dai luoghi. Un corpo poetico che incontra un paesaggio interiore. E noi, lentamente, ci siamo trovati già dentro il libro.

Marco Colletti: una “monaca estatica” che tesse visioni

Il primo a prendere la parola è stato il poeta e critico Marco Colletti, che ha consegnato un’immagine che non smette di risuonare:
«Ilaria Palomba ha la postura intellettuale di una donna medievale.
È una monaca estatica che tesse arazzi di senso».

La sua lingua — dice Colletti — non è semplice strumento, ma architettura sacra: neologismi come scombuiare o corpo labente diventano fili di un tessuto barocco e polifonico, una trama che accoglie il lettore e lo disorienta allo stesso tempo.

Una poesia che, come le grandi visioni medievali, si nutre di ascese e discese, spirali e fenditure.

Il buio come luogo del vero: la lettura psicanalitica di Anna Segre

Poi la voce di Anna Segre, scrittrice e psicoterapeuta, ha illuminato la dimensione più intima della silloge.
Segre parla del buio come luogo di verità, della cecità, della mancanza, dell’assenza come presenze ostinate che ritornano nei versi per segnare un rapporto originario con la perdita, con il materno, con ciò che è stato tolto.

«Il vero risiede nel buio» — dice — «e solo chi attraversa la notte possiede il giorno».

Ascoltandola, era chiaro che Restituzione non racconta il dolore: lo abita, lo smonta, lo dissolve per farne materia di rinascita.

La mia prospettiva: una poesia che ti reclama, che ti domanda di esserci

Quando ho preso la parola, ho cercato di restituire l’essenza di ciò che avevo vissuto leggendo queste pagine.

Ci sono libri che cercano una lettura.
E poi ci sono libri che pretendono una presenza.
Restituzione appartiene alla seconda specie.

È un testo che non ti permette di rimanere spettatore: ti chiede di entrare, di sostare, di accettare l’attraversamento del dolore come gesto di conoscenza.
Ti chiede di sentire la carne della parola, la sua temperatura, il suo tremore.

È un’opera che si offre come rito, come immersione, come corpo vivo che sanguina e poi si ricompone.
Una poesia che non chiede conforto: chiede verità.

La voce dell’autrice: dall’io all’impersonale, seguendo Simone Weil

Ilaria Palomba, con la sua intensità quieta, ha poi parlato delle sette sezioni che compongono la silloge:
Alluvione, Catabasi, Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica.
Un percorso che non è lineare, ma verticale.

«La guarigione — ha detto — è lasciare la prospettiva soggettiva e accedere all’impersonale».

In queste parole risuona la lezione di Simone Weil, figura centrale nell’immaginario dell’autrice: il dolore non come condanna, ma come passaggio, come esercizio di disappropriazione del sé, come luogo in cui il personale si dissolve e diventa universale.

Un libro che lascia un segno sul corpo di chi legge

Quando la presentazione è terminata, la fila per le firme si allungava fino agli scaffali.
Molti lettori portavano con sé una domanda, una ferita, una parola che li aveva toccati.

Ed era evidente che Restituzione non smette di operare quando si chiude il libro: continua a lavorare nel lettore come una sostanza viva.
Come una ferita che non chiede di rimarginarsi, ma di essere compresa.

Ilaria Palomba, con questa silloge, conferma ciò che molti già intuivano:
che la sua poesia non è un genere, ma un destino.
Una lingua che non teme l’oscurità perché sa che l’unica strada per arrivare alla luce è passarci dentro.

Lisa Di Giovanni

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