Io sono, io faccio. Quando l’autoreferenzialità rompe le scatoleEditoriale In evidenza News Rubriche 

Io sono, io faccio. Quando l’autoreferenzialità rompe le scatole

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Ultimamente mi è capitato, di nuovo, di ascoltare e vedere delle situazioni che non ho mai sopportato e spesso, vista anche la mia profonda educazione, alla fine ho anche sorriso e riso in modo molto amaro perché poi, pensandoci bene, queste cose ti fanno anche tristezza. Essendo un amante del cinema, ho pensato di scrivervi questo editoriale in modo diverso, come se fosse una sceneggiatura (o perlomeno un qualcosa di similare).

INT. SALA CONFERENZE – GIORNO

Un tavolo lungo, sedie in plastica nera. Sopra, bottigliette d’acqua mezze vuote, microfoni gracchianti e un proiettore che già promette di non funzionare. L’atmosfera è quella dei convegni di provincia, ma i presenti si sentono a un summit mondiale.

MODERATORE (tono impostato):
“Abbiamo qui con noi il Dottor, Professore, Giornalista, Scrittore, Regista, Musicista, Pittore, Scultore e… occasionalmente anche pizzaiolo, Caio Sempronio!”

Applausi. O meglio: applausini. La platea si guarda intorno, già sapendo che da lì a poco sarà travolta da un elenco infinito di cariche, premi ricevuti da associazioni che nessuno conosce e titoli onorifici che neanche Wikipedia riconosce.

CAIO SEMPRONIO (orgoglioso):
“Io sono Caio. Io faccio. Ho fondato, ho diretto, ho scritto, ho vinto. Io, io, io…”

Il monologo si allunga, inesorabile. Nel pubblico qualcuno sbadiglia, qualcun altro apre di nascosto il cellulare. La cultura come spettacolo pirotecnico dell’ego.

VOCE FUORI CAMPO (IRONICA)


E poi ci chiediamo perché le persone non si appassionano più agli eventi culturali. Forse perché, invece di costruire ponti, costruiamo altari. Altari all’io, all’ego, al curriculum che diventa una sfilata di medaglie da cartapesta.

CUT TO – BACKSTAGE

Dietro le quinte, lo sparlare.
“Tizio ha parlato troppo.”
“Caio non ha nominato la mia associazione.”
“Sempronio si sente arrivato, ma in realtà non ha fatto niente.”

Il tutto condito da sorrisi finti in pubblico e coltelli ben affilati in privato.

VOCE FUORI CAMPO (TAGLIENTE)


Eppure basterebbe poco. Sedersi a tavolino, buttare giù idee, smettere di dire “io” e iniziare a dire “noi”. Ma il “noi” è faticoso, non ha fascino, non regala titoli da sbandierare su LinkedIn. Il “noi” non fa curriculum.

FADE OUT.

La verità è che l’autoreferenzialità ha stancato. Ha rotto le scatole. Non serve a creare cultura, ma solo a fare rumore. E nel rumore, alla fine, non si ascolta più nessuno.

TITOLO SULLO SCHERMO:


“Io sono, io faccio. Quando l’autoreferenzialità rompe  le scatole.”

Applausi veri. Ma questa volta, a scena vuota.

Giacomo Ambrosino

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