Ogni forma di violenza sulle donne è un tema che mi sta profondamente a cuore. Ho scelto di parlare di stalking perché è una realtà purtroppo ancora troppo diffusa e spesso sottovalutata. Si tende a focalizzarsi sugli abusi fisici, ma lo stalking è una forma di violenza psicologica altrettanto devastante. Chi lo subisce vive in un costante stato di paura, ansia e insicurezza. È un fenomeno subdolo, difficile da riconoscere e da combattere, ma le sue conseguenze possono essere gravissime per la vittima. Attraverso il mio romanzo, ho voluto dare voce a questo dolore silenzioso.
Nella maggior parte dei casi le donne sono le vittime di questi gesti malsani e perfidi, come ti sei sentita tu da donna a scrivere questa storia, quanto è stato doloroso e difficile entrare nella mente di un uomo che pensa e agisce in questa maniera?
Non è stato difficile entrare nella mente dello stalker, ma è stato profondamente doloroso affrontare il tema. Scrivere questa storia ha significato, per me, riaprire ferite che avevo cercato di dimenticare. Ho rivissuto esperienze personali che avevo nascosto nell’angolo più remoto della mia coscienza. Parlare di violenza sulle donne mi ha costretta a guardare in faccia i miei demoni. Eppure, in questo processo doloroso, ho trovato anche una forma di guarigione. Scrivere è stato terapeutico, un modo per trasformare il dolore in consapevolezza.
Purtroppo il tema che hai trattato nel tuo romanzo è sempre più attuale, tante sono le donne vittime di stalking, che tipo di reazione speri di suscitare nei lettori che leggono il tuo romanzo?
Spero che questo romanzo aiuti le donne a prendere consapevolezza. Il messaggio che voglio trasmettere è che non possiamo aspettare passivamente che qualcuno venga a salvarci. La forza per reagire deve nascere dentro di noi, anche se non è facile. Le prime a rifiutare la violenza, a riconoscerla e a combatterla dobbiamo essere noi stesse. Le istituzioni, le forze dell’ordine, possono fare molto, ma non sempre riescono a intervenire in tempo. Per questo è fondamentale non arrendersi, non colpevolizzarsi e ricordarsi che abbiamo il diritto e il potere di scegliere la nostra libertà. E chi ci ama davvero, sarà al nostro fianco in questo percorso.
La protagonista di questo romanzo è Delia una giovane donna che apparentemente ha una vita perfetta, con amici che le vogliono bene e un lavoro che le dà grandi soddisfazioni, ma se giriamo la medaglia la sua vita é costantemente minacciata da uno stalker; perché hai voluto sottolineare questo dualismo?
Ho voluto sottolineare questo dualismo perché una vita apparentemente perfetta può nascondere un dolore profondo. Spesso si tende a pensare, in modo sbagliato, che solo le persone fragili, isolate o in difficoltà possano diventare vittime di violenza. Ma non è così. Delia ha un lavoro che la gratifica, amici che le vogliono bene, una rete di affetti. Eppure, è vittima di stalking. Questo dimostra che la violenza può colpire chiunque, indipendentemente dal contesto sociale, economico o affettivo. Il messaggio è chiaro: non esiste un ‘profilo’ di vittima, e proprio per questo dobbiamo imparare a riconoscere i segnali, senza giudicare o minimizzare.
In questo romanzo hai delineato perfettamente la figura dello stalker che colpisce sopratutto la psicologia delle sue vittime; secondo te qual è lo scopo dello stalker? Perché si insinua come un serpente nella mente delle sue vittime? Cosa vuole da loro?
Lo stalker è una figura che, dietro un’apparenza di controllo, nasconde spesso una profonda insicurezza, un bisogno patologico di conferme e tratti di narcisismo. Non sopporta il rifiuto, perché lo vive come un’umiliazione personale, una ferita che riapre un vuoto spesso radicato nell’infanzia o in esperienze di abbandono. Così inizia a colpire la vittima non tanto fisicamente, ma psicologicamente: vuole dominarla, minarne l’autostima, ridurla al suo stesso livello di fragilità. In questo perverso meccanismo, si sente appagato. Più la vittima si spegne, più lui si sente potente. È un gioco di controllo e distruzione, in cui lo scopo non è l’amore, ma il possesso.
Nel secondo volume parli in modo dettagliato della figura dello stalker, hai descritto i suoi gesti i suoi piani diabolici; come sei riuscita a calarti così bene in questo personaggio?
Calarmi nella mente dello stalker non è stato affatto semplice, perché si tratta di una personalità disturbata e molto lontana da ciò che sono io. Ma mi ha aiutato l’esperienza personale, che mi ha lasciato segni profondi, e soprattutto un lungo lavoro di documentazione. Ho guardato numerosi documentari true crime, ho letto saggi psicologici, studi sul comportamento ossessivo e testimonianze di vittime e persecutori. Tutto questo mi ha permesso di costruire un profilo realistico, credibile, ma anche inquietante. Volevo che fosse più reale possibile.
C’è stato un personaggio o una scena all’interno del romanzo che hai descritto con più fatica?
Sì, c’è stata una scena particolarmente difficile da scrivere, e si trova nel secondo libro. È il momento in cui Delia è costretta a scendere a compromessi per sopravvivere. Raccontare cosa significa ‘vendere sé stessa’ per salvarsi non è stato semplice, perché ha toccato un punto molto intimo della mia storia personale. Scrivendo quella scena, ho rivissuto un dolore che avevo cercato a lungo di tenere sepolto. È stato il momento in cui ho preso davvero coscienza di ciò che avevo vissuto. E, forse, è lì che ho cominciato a elaborare il mio trauma.
Delia é una donna molto forte, determinata, coraggiosa ma anche molto sensibile; ti rivedi in lei? Ci sono aspetti del suo carattere che ti rispecchiano?
Mi rivedo moltissimo in Delia. Credo che ogni autore metta una parte di sé nei propri personaggi, consapevolmente o meno. In realtà, io sono in tutti loro. Ma con Delia il legame è più profondo: come lei, sono determinata, cerco sempre di farmi valere, ma dentro, in quella parte che pochi vedono, porto anche una grande sensibilità.
Come racconti nel secondo volume purtroppo la sola denuncia non basta per tutelare le donne e lo Stato non è abbastanza preparato per affrontare questa piaga; cosa si potrebbe fare per rendere maggiormente sicura la vita delle donne che subiscono violenza?
Credo che lo Stato debba intervenire con maggiore fermezza: pene più severe e applicate con coerenza potrebbero rappresentare un deterrente per chi compie certi gesti. Ma non basta. La vera prevenzione parte dall’educazione, fin da piccoli. È fondamentale che le scuole e le famiglie educhino al rispetto, ai confini, al valore dell’altro. Io nel mio piccolo cerco di farlo ogni giorno con i miei figli: a mia figlia, che ha sei anni, insegno che chi ti vuole bene non ti fa del male. A mio figlio, che ne ha quattro, sto insegnando che non tutto si può ottenere, e che un ‘no’ va rispettato. È da lì che si comincia a costruire una società più sicura, sana e giusta.
C’è qualche progetto per il futuro? Hai in mente di portare avanti le vicende di Delia?