Turno in ospedale
Giorgio sta dormendo beatamente, nella sua stanza 5 letto 7, di Internistica al Silvestrini. Dopo una ventina di minuti si sveglia; mi presento, lui mi dà la mano: assolutamente sereno, tranquillo. La coordinatrice della mia cooperativa mi aveva detto che il tipo andava controllato, perché molto nervoso, perciò ero un po’ in apprensione.
Chiamo un infermiere e chiedo spiegazioni.
“Beh, ovviamente lo teniamo sedato”
“Come?”
“Ma si, gli abbiamo dato un sedativo”
“Vorrà dire sedadavo”
“Eh?”
“sì, gli avete dato un sadadavo”
“Veramente si dice sedativo”
“Questo lo dice lei!”
Evidentemente non ha visto “Frankenstein Junior”; in compenso comincia a guardarmi con occhi diversi…
Ovviamente gli hanno messo una flebo; devono sempre e comunque bucherellare i pazienti, con una o più flebo, per i motivi più disparati, magari anche senza motivi, valli a capire, i medici.
Giorgio è assolutamente autonomo: “Devo fare pipì, devo andare in bagno”. Io mi affretto:” Aspetta, chiamo qualcuno che ti stacchi la flebo.”
Il tempo di cercare un infermiere e me lo ritrovo in piedi, con il sangue che zampilla fuori dal braccio. Il dottore appena entrato, senza scomporsi, prende qualcosa per fermare il sangue, gli tampona il braccio, anche se ormai, parte del letto e pavimento, sono tinti di rosso. Uscito il dottore, entra l’infermiere: “Lo conosciamo bene, se non lo tenessimo sotto sedativo, farebbe “i numeri”, dovremmo rincorrerlo per tutto il reparto.”
Va in bagno; torna dopo un attimo. Solo ora mi rendo conto che, più che tranquillo, è intontito, le parole e i gesti rallentati. Mi dice che non lavora da un anno e mezzo, ma che, tutto sommato, sta bene. La sorella abita a Gubbio, non la vede molto. Mi racconta che ha lavorato per la Gesenu (l’azienda di netturbini di Perugia) per sei anni e che si trovava davvero bene
A vederlo così sembra davvero un tipo tranquillo, gradevole, affidabile, paziente (in ogni senso). Si appisola un’altra volta ed io ne approfitto per telefonare ad Anita e chiedere ragguagli. Scopro che è dedito all’ alcool da parecchi anni e quando è in astinenza dà in escandescenze… “Fa i numeri”, vabbè.
Ora ricordo che, quando mi propose l’assistenza, mi disse che lo avevano trovato, a casa, semi svenuto, in mutande e in mezzo ai suoi escrementi…Non ha nessuno che si occupi di lui, l’assistente sociale è impotente o se ne frega del tutto; a quanto pare la sua situazione non è abbastanza grave per ottenere la “104”
(La legge 5 febbraio 1992 n. 104, più nota come legge 104/92, è il riferimento legislativo “per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate“. Principali destinatari della Legge 104 sono dunque i cittadini disabili, ma non mancano riferimenti anche a chi vive con loro, spesso caregiver di queste persone. Il presupposto è infatti che l’autonomia e l’integrazione sociale si raggiungono garantendo alla persona in stato di handicap e alla sua famiglia adeguato sostegno. E questo supporto può essere sotto forma di servizi di aiuto personale o familiare, ma si può anche intendere come aiuto psicologico, psicopedagogico, tecnico.)
Per lui niente “autonomia” né di “integrazione sociale”. Questo è quanto.
A questo punto, la domanda che mi sorge spontanea è: “Ma io, qui, cosa cazzo ci sto a fare?”
- Medici - 26/06/2025
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- Profilo d’autore: William Gibson - 07/04/2025

