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I sette gradini per la ricerca della felicità

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La Felicità …. Tutti noi ci siamo chiesti come fare a raggiungerla, qualcuno ha anche provato a rincorrerla disperatamente, qualche altro ha creduto di averla trovata o forse l’ha trovata davvero. C’è chi crede che si possa raggiungere guadagnando più soldi, attraverso una posizione di prestigio, chi trovando l’amore, chi attraverso la propria famiglia, chi viaggiando o immaginando la propria vita ideale e facendo di tutto per raggiungerla.

Beh non ho molta esperienza in merito, ma quello che ho capito praticando yoga è che finché si cerca soddisfazione soltanto legando il proprio benessere a qualcosa di esterno, non si andrà troppo lontano, è necessario che la ricerca esterna sia almeno quanto quella interna. Più facile a dirsi che a farsi, è davvero semplice individuare un obiettivo, farci inebriare dalla sensazione di immaginarci nel momento in cui abbiamo raggiunto ciò e provare a capire come raggiungerlo il prima possibile, niente di più reale e giusto, questo è alla base di ogni miglioramento nella nostra vita, senza una vision è impossibile uscire dallo stallo, provare entusiasmo e migliorarsi, è insito nella nostra natura, ma che non si confonda la meta con il percorso.

Sì, perché io credo  che la felicità stia nel percorso più che nella meta …. Penso che a tutti sia capitato di desiderare fortemente qualcosa credendola la soluzione al nostro malessere, ma poi una volta raggiunta la dura realtà ci ha messo di fronte a tutte le falle che questa malsana idea poteva portare con sé, perché poi ci si rende conto di aver idealizzato, di aver ingigantito, di aver legato la propria ricerca di felicità a qualcosa di ideale, che non aveva radici nel mondo reale e che la realtà è un’altra storia!

A volte succede perché pensiamo e ci concentriamo su un problema, su una mancanza, stiamo lì a capire come risolverlo o come colmare quella mancanza, pensiamo che una volta trovata la soluzione sia fatta, che la felicità sia raggiungere quello scopo o colmare quel vuoto ed erroneamente pensiamo che la felicità sia assenza di problemi, che il vuoto che sentiamo vada colmato … invece il vuoto va ascoltato, sicuramente risulterò impopolare nel dire questo, ma le nostre insoddisfazioni, le nostre insofferenze ci parlano dell’essenziale più di ogni altra cosa al mondo, più dei soldi con cui possiamo distrarci, più delle persone con cui ci circondiamo, più di ogni altro oggetto che abbiamo eletto a riempimento di quel vuoto, che non è altro che spazio in cui è possibile ascoltare la propria anima, occorre solo fare silenzio, anche se immersi nel caos assordante della società moderna, per questo ogni tipo di pratica deve diventare uno strumento, non uno scopo.

Non basta liberarsi di un problema, guadagnare un obiettivo, la felicità è il percorso e deve diventare parte integrante di noi, altrimenti sarà sempre un ricominciare da capo. Yogi Bhajan è stato un maestro di kundalini yoga, si è fatto portatore di insegnamenti antichissimi e in merito a questo argomento ha parlato di “sette gradini verso la felicità” e voglio parlarvi più approfonditamente di questa visione: il primo gradino è l’ IMPEGNO, ma cosa vuol dire? Prendere un impegno e portarlo avanti come può dare la felicità? Pensiamo alla disciplina, al forzare noi stessi per uno scopo, il durante potrebbe non essere piacevole, magari accompagnato da sacrifici e rinunce, ma l’obiettivo se vuole essere raggiunto richiede anche questo e allora bisogna disciplinarsi e capire che nel bene o nel male ci impegniamo a portare avanti ciò, ecco, questo è proprio il primissimo passo.

Il secondo è il CARATTERE, abbiamo carattere quando tutte le nostre sfaccettature, le luci e le ombre e le azioni che ne conseguono sono sotto il nostro controllo ed è proprio l’impegno a fornire il carattere, perché è quando ci impegniamo in qualcosa che impariamo a controllare tutto il resto pur di portarlo avanti.

Il terzo gradino è la DIGNITÀ, impegno e carattere diventano propedeutici ad una diversa percezione nostra del mondo e una diversa percezione che il mondo ha di noi stessi, la vita non è semplicemente subita, ma direzionata verso uno scopo, tutte le nostre azioni e i nostri sacrifici sono finalizzate a quello scopo e questo il resto del mondo lo percepisce, ci vediamo attraverso gli occhi degli altri e ci riconosciamo nel loro modo di vederci, siamo ancora spostati verso l’esterno, ma il cambiamento è già in atto.

Il quarto gradino è la DIVINITÀ , quando abbiamo controllo di noi stessi e sappiamo dove stiamo andando non è più importante chiedersi se sia giusto o sbagliato, non è più necessario forzarsi, si raggiunge uno stato divino, si può essere maggiormente in contatto con la propria anima, ci si percepisce come divini e quindi come parte del cosmo, tutto fluisce e il cosmo comincia proprio a vibrare con noi, col nostro vero scopo, quello dell’anima.

Adesso è possibile raggiungere il quinto gradino, la GRAZIA, quando c’è la grazia non ci sono interferenze, tutto è in accordo con la nostra anima, vedo il divino in ogni cosa e non percepisco differenze tra me e l’altro. Il sesto gradino è il SACRIFICIO, la grazia può dare il potere di sopportare qualsiasi cosa, di essere impassibili agli eventi, un’impassibilità che non va confusa col cinismo, ma uno stato mentale che mi permette di percepire il reale senza il coinvolgimento che può allontanarmi dal mio scopo divino.

Questo non vuol dire non sentire o non soffrire affatto, in questo stato tutto è possibile e anche se sembra un paradosso è proprio così, perché è proprio il sacrificio a portarci al settimo gradino, che è la FELICITÀ. Essa non è uno scopo, è uno dei gradini, è parte integrante del percorso, non è assenza di eventi spiacevoli, è accettazione di essi come parte integrante della nostra evoluzione, non è colmare un vuoto, è il prendere una qualsiasi strada con impegno e dedizione e raggiungere uno stato mentale, o meglio uno stato spirituale, ecco questo mi sembra un buon modo di approcciarsi alla vita, una vita che ci lascia spesso con l’amaro in bocca e soli davanti al dolore e alla delusione, perché ci insegna ad avere aspettative, a spostare il focus all’esterno.

Il nostro più importante obiettivo è fare in modo che l’esterno sia solo un primo passo, un mero strumento affinché il miglior viaggio verso la felicità sia la felicità stessa, che sta lì ad aspettare che ci fermiamo un attimo e cominciamo a prendere in mano le redini della nostra vita. A questo proposito mi sovvengono le parole di Nathaniel Hawthorne: “La felicità è come una farfalla: se l’insegui non riesci mai a prenderla, ma se ti metti tranquillo può anche posarsi su di te”.

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